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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Coniugato? No, "soggiogato"
di Fausto Raso

Chi sa se i Lettori felicemente sposati sanno che - per la lingua - sono uno sotto il giogo dell'altro? Coniugare, che significa "congiungere", alla lettera vale "legati allo stesso giogo". Il verbo viene pari pari dal latino "coniugare" (legare insieme), composto di "con" (da "cum") e un derivato di "iugum" (giogo). Il giogo, è utile ricordarlo, è uno strumento di legno con il quale si... "congiungono" e accoppiano assieme i buoi al lavoro. In senso metaforico ha acquisito l'accezione di "schiavitù", "soggezione", "servitù". Gli antichi Romani chiamavano giogo, infatti, l'unione di tre picche, delle quali due erano piantate in terra, sormontate da una terza per traverso, formanti una sorta di porta, molto bassa, sotto la quale facevano passare, poi, nudi e chinati - per umiliazione - i nemici sconfitti. Lo stesso verbo è stato in seguito adoperato dai grammatici per "coniugare", vale a dire per flettere il verbo nei tempi, nei modi, nelle persone e nel numero. La coniugazione cos'è se non la flessione del verbo secondo il tempo, il modo, il numero e la persona?
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Forse pochi sanno che il termine "mafia" quando vide la luce non aveva il significato odierno di "unione di persone di ogni grado, di ogni professione, di ogni specie, le quali senza aver nessun legame apparente, continuo e regolare, si trovano sempre riunite per promuovere il reciproco interesse, senza avere il minimo rispetto né per la legge né per la morale". Vediamo la sua "cronistoria" attraverso le parole di uno studioso, Gianfranco Lotti. "Parola di oscura origine variamente interpretata. Vi fu chi la ritenne affine al francese settentrionale 'mafler', 'mangiar molto', 'ingozzarsi' (a sua volta derivato dall'olandese 'mafflen', 'masticare') e chi la considerò proveniente dal toscano 'smàferi', 'sgherri'. Un missionario cappuccino, che si interessò alla questione, vide in 'mafia' chiare connessioni con tre vocaboli arabi: 'mohafat', difendere, 'hofuat', la miglior parte di una cosa, e 'mohafi', amico riconoscente. Anche altri cercarono nell'arabo la matrice, ma proposero 'mahefil', adunanza, luogo di convegno; oppure 'mahias', millanteria. Capuana, in una conferenza ebbe a
chiarire: 'mafia una volta non voleva dire... associazione di malfattori; e il mafioso non era un ladro, né molto meno un brigante. L'aggettivo mafioso significava qualcosa di grazioso e gentile... mafiosa veniva chiamata una bella ragazza, mafioso qualunque oggetto che i Francesi direbbero 'chic'... Oggi mafia e mafioso non sono più niente di tutto questo' ".
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Due parole due su un vocabolo omofono ma con distinti significati: "para". Quello più conosciuto - e, quindi, noto a tutti - è l'abbreviazione del sostantivo francese "parachutiste", paracadutista. Essendo un termine "accorciato" nella forma plurale resta invariato come tutti i sostantivi tronchi. Un altro significato, forse poco noto, è "caucciù brasiliano molto
pregiato": scarpe con suola di para. Questo sostantivo è rigorosamente femminile e altrettanto rigorosamente solo singolare. Deve il nome a Parà, stato brasiliano dove questa gomma è prodotta. Infine si adopera come prefisso con distinti significati, a seconda della sua "provenienza". Quando proviene dal greco "para" serve a dare alla parola cui è "attaccato" il concetto di vicinanza nello spazio, affinità, somiglianza o anche
contrapposizione: parastatale; paramilitare. I vocaboli così composti, nella forma plurale, possono o no variare la desinenza. Un buon vocabolario sarà di aiuto in caso di dubbi. Quando, invece, "para" viene dal latino "parare"
(riparare) aggiunge alla parola cui è anteposto il significato di "rimedio",
"protezione": paracadute, parafulmini, paracalli, paradenti. Il verbo "parare" di cui "para", è un derivato, in questi casi veste la duplice... veste di "scansare" e "proteggere". Anche qui un vocabolario con la "V" maiuscola sarà di aiuto per l'eventuale plurale.
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E finiamo queste modeste noterelle con una considerazione "linguistico-patriottica". Il verbo "eliminare" che ricalca pari pari il latino valeva in origine (e dovrebbe valere tuttora) "cacciare dalla soglia di casa" (è composto, infatti, con "ex" (da) e "limen" soglia). Fu introdotto nella nostra lingua dai filosofi e dai matematici e dovrebbe restare confinato in quelle scienze. Oggi, invece, viene adoperato - come fanno i Francesi - nel significato di "sopprimere", "rimuovere" e simili. Non se ne abusi e tutte le volte che sia possibile si ricorra ad un verbo "più appropriato". C' è l'imbarazzo della scelta: scacciare; elidere; allontanare; escludere; rimuovere; togliere di mezzo; scartare; toglier via e simili. Perché "copiare" i nostri cugini francesi?

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