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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Piatire, non “pietire”
di Fausto Raso

Abbiamo notato il fatto che moltissime persone, soprattutto quelle che lavorano nelle redazioni dei giornali, sono convinte della bontà del verbo “pietire” nell’accezione di “chiedere una cosa con molta insistenza, piagnucolando e raccomandandosi”: vengo a “pietire” la tua comprensione. No, amici, in buona lingua, anzi, in lingua il verbo “pietire” non esiste. L’argomento ci sembra della massima importanza, vediamo, quindi, di fare un po’ di chiarezza.
Si dice “piatire”, con la “a”, non con la “e”. Probabilmente coloro che dicono e scrivono “pietire” pensano che questo verbo derivi dal sostantivo “pietà”. Convinzione errata. Vediamo il perché. Il verbo corretto, dunque, è “piatire” che alla lettera significa “contendere in giudizio”, “dibattere” e, per estensione “litigare” ed è un derivato del sostantivo “piato” (lite giudiziaria, controversia). Quest’ultimo sostantivo è il latino “placitum”, participio passato neutro del verbo “placere” (piacere); propriamente il “placitum” è un ‘parere’, una ‘decisione’, un’ ‘opinione’, una ‘sentenza’ e ha acquisito, nel tardo latino, l’accezione di ‘causa’, ‘lite’. Piatire, dunque, significa ‘discutere’, ‘litigare’ (durante il dibattimento in tribunale non si ‘litiga’, non si ‘discute’?). In seguito, attraverso un processo semantico e nell’uso prettamente familiare, piatire ha assunto il significato di – come possiamo leggere nel nuovo vocabolario della lingua italiana Treccani – “lamentarsi con tono querulo, fastidioso”; piatire sulla propria condizione; piatire sulla propria miseria; anche con uso assoluto (da solo): non fa che piatire. Adoperato in senso transitivo e familiarmente vuol dire, per l’appunto, “chiedere con noiosa e fastidiosa insistenza” (quasi litigando, da ‘piato’, lite, come abbiamo visto), assumendo atteggiamenti umili: piatire protezione, piatire favori. Questo verbo, insomma, non ha nulla che vedere con la “pietà” e il “pietismo”. Quest’ultimo termine sta a indicare un “movimento religioso protestante nato nel diciottesimo secolo in polemica contro la concezione dei costumi” e, per estensione, sentimento di pietà non giustificato da valide ragioni. Questo sì, viene da “pietà”, anzi da “pietista”, tratto dal latino “pietas” (‘devozione religiosa’).
Per concludere, cortesi amici “navigatori”, se tenete a parlare e a scrivere correttamente non prendete esempio da ciò che leggete sui giornali i cui articolisti – ci sia consentito – non fanno la lingua. Raramente un giornalista è anche un linguista.

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