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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Un accento “sballato”
di Fausto Raso

Il signor Spuntini lasciò lo studio medico sbattendo la porta: era terribilmente offeso. Il sanitario gli aveva diagnosticato un’anurìa che, in lingua italiana, significa “mancanza di coda”. Il medico aveva “azzeccato” la diagnosi però, a causa dell’errata accentazione, aveva offeso il paziente che in fatto di lingua era un “mostro”. Spuntini soffriva, infatti, di “anùria”, cioè di una passeggera mancanza di orina. Questo termine, come la maggior parte dei vocaboli medici, proviene dal greco ed è formato con il prefisso negativo “a” (alfa privativo) e con il sostantivo “ùresis” (orina), deve conservare, quindi, la medesima accentazione della lingua di provenienza. Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che il prefisso “a” dà alla parola cui è anteposto un valore negativo senza, però, affermare il contrario. Un uomo amorale, per tanto, è un uomo “indifferente” alla morale; un apolitico è un uomo che non si interessa di politica, un “indifferente” alla politica. Amovibile, invece, non è composto – come molti erroneamente credono – con “a” (alfa privativo), proviene dal latino “amovère” e significa “che può essere rimosso”; il suo contrario, per tanto, è “inamovibile”. Si presti molta attenzione agli accenti, si eviterà, così, di fare delle figure “caprine” come il nostro amico medico.
Molte persone, tra le più acculturate, vanificano anni e anni di studio perché i loro accenti sono completamente errati. Alcuni, infatti, e tra questi dobbiamo annoverare – nostro malgrado – degli stimatissimi professori di scuola media superiore, pronunciano “rùbrica” e non – come si deve dire correttamente – “rubrìca”, con l’accentazione piana. Eppure dovrebbero sapere che questo termine, con l’accentazione a tutti nota, ci è giunto dal… latino. Deriva, infatti, dall’aggettivo latino “ruber, rubri” (rosso). Ma cosa c’entra il colore rosso con la “raccolta, in ordine alfabetico, di indirizzi e numeri telefonici” cui ci rimanda l’accezione attuale di rubrìca? Vediamo. In origine la “rubrìca”, anzi “terra rubrìca” (terra rossa), era una varietà di argilla con la quale i nostri antenati Latini preparavano una vernice destinata a vari usi. In particolare era adoperata per tingere di rosso l’asta di legno attorno alla quale si avvolgeva il papiro o la pergamena per i “libri”. Successivamente, con il trascorrere dei secoli, si pensò di stampare in rosso (rubrìca) alcune parti del libro a cui si voleva dare un’evidenza particolare come, per esempio, le lettere iniziali dei capitoli o intere frasi. Nei libri liturgici, infatti, le norme che regolano le funzioni religiose sono scritte in rosso per distinguerle rapidamente dalle altre formule di preghiera, scritte in nero. Donde il nome “rubricario”. Una volta intrapresa questa strada il termine rubrìca ha acquisito significati estensivi che con il colore rosso non hanno nulla a che vedere.

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