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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Appioppa le colpe sempre a sé stesso
di Fausto Raso

Prima di occuparci dell’uso corretto del pronome personale “sé”, due parole due sull’origine del verbo “appioppare” che, come tutti sappiamo, significa “attribuire”, “dare” e simili. Questo verbo, dunque, ci riporta all’antica usanza del mondo contadino – tuttora “in vigore” – di appoggiare le viti ai pioppi. Si tratta, per tanto, di una delle tantissime metafore (‘significato figurato’) tratte dall’esperienza campestre ed entrate nell’uso comune con un significato traslato che, evidentissimo al suo nascere, oggi stentiamo a collegare all’agricoltura. Chi appioppa una colpa a qualcuno, dunque, gliela “appoggia” addosso come i contadini appoggiano le viti ai pioppi.
E veniamo all’uso corretto del pronome “sé”. Stabilito che questo pronome di terza persona (sia singolare, sia plurale) deve essere sempre accentato per non confondersi con la congiunzione “se”, non si capisce perché alcune grammatiche sostengano – e con esse alcuni (per non dire tutti) insegnanti e “grandi firme” – la tesi secondo la quale detto pronome quando è seguito da stesso o medesimo debba perdere il segno grafico dell’accento. Alcuni “sacri testi” grammaticali “consigliano” addirittura – e la cosa ci sembra ridicola – di accentare solamente le forme plurali (sé stessi, sé stesse) per non confonderle con la forma verbale del congiuntivo imperfetto del verbo “stare”: è un comportamento ignobile verso sé stessi; uscirei se stessi bene. No, amici amanti della lingua, accentiamo il pronome sé sempre, anche quando è seguito da stesso o medesimo; omettere il segno grafico dell’accento – saremmo tentati di sostenere a spada tratta – è un’ “idiozia linguistica”, un errore da fatidica matita blu, confortati in ciò dalle parole del linguista Camilli (qualche “firma illustre” si sente di mettere in discussione l’autorevolezza dell’insigne filologo?): “Stabilito infatti che il se pronome si distingue dal se congiunzione per mezzo dell’accento, è assurdo poi andare a cercare quando sia più e quando meno riconoscibile per dare la stura alle sottoregole e alle sottoeccezioni. E l’avere stranamente scelto proprio quelle due combinazioni (leggi: sé stesso; sé medesimo) e l’aver lasciato con l’accento, per esempio, il sé finale di frase, assolutamente inconfondibile con la congiunzione, o locuzioni come ‘per sé stante, di sé solo, a sé pare’ che si trovano nelle stesse condizioni di sé stesso, testimonia solo la mania delle distinzioni e suddistinzioni a vanvera di cui qualche volta soffrono i grammatici”.
Scriviamo, dunque, sé stesso e sé medesimo con tanto di accento corretto e pretendiamo, se abbiamo l’opportunità di farlo, da coloro che sono addetti alla “pubblica informazione” di non lasciarsi influenzare dall’uso invalso – non si sa bene quando (e da chi) – di omettere il segno grafico che, oltre tutto, dà un “tocco” ai nostri scritti.
Si badi piuttosto, questo sì, è importante, ad adoperare il pronome sé solo se riferito al soggetto della proposizione: la ferita si rimargina da sé; il bambino, ormai, si veste da sé; i grandi, alcune volte, hanno una falsa opinione di sé. Quando il pronome sé – che come abbiamo visto è riferibile tanto alle persone quanto alle cose e può essere maschile e femminile, singolare e plurale – non è in rapporto con il soggetto deve essere sostituito con “lui”, “lei”, “loro” (raramente “essi” o “esse”): la signora Matilde ha voluto portare con sé tutto il denaro; diremo e scriveremo, invece, che la signora Matilde ha voluto che i figli dessero tutto il denaro a lei.
E a proposito di accento dovremmo scrivere “ quì ” e “quà ” (con tanto di accento) perché una regola grammaticale stabilisce l’obbligatorietà dell’accento nei monosillabi in cui sono presenti due vocali di cui la seconda tonica: ciò, già, più, eccetera. Nel caso di “qui ” e di “qua ”, però, occorre ricordare che la vocale “u” quando è preceduta dalla consonante “q” fa da “serva” a quest’ultima; non è considerata più una vocale ma parte integrante della consonante “q”. Avremo, quindi, “qui ” e “qua ” senza accento perché i monosillabi composti di una consonante e una vocale non richiedono mai il predetto segno grafico: no, me, te, lo, qui, qua.

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