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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Quelle parole tra noi pesanti
da "Il Resto del Carlino" (28 settembre 2004)
di Sergio Moravia

Mi verrebbe da dire, parafrasando una celebre frase di Wittgenstein, che la questione linguistica si compone organicamente di problemi di linguaggio di molti altri problemi; e questi ultimi sono i più importanti. Non mi si fraintenda. E indubbio che le prime questioni da chiarire in un preciso ambito di discussione sono quelle intralinguistiche. Con particolare riferimento al 'caso' Italia, è sacrosanto criticare la crescente ignoranza della grammatica, della sintassi e perfino dell'ortografia dell'italiano; l'abuso di espressioni generiche e standardizzate; il più generale abbassamento di un'adeguata competenza linguistica. Ma, subito dopo, occorre allargare l'orizzonte psico-antropologico, culturale e sociale del problema.
1 . Cominciamo con il renderci conto che l'odierna crisi della lingua ut sic ha una dimensione internazionale. In molti Paesi se ne discute da tempo, con risultati che potrebbero insegnarci qualcosa dal punto di vista dell'atteggiamento da assumere sul rapporto lingua nazionale-lingue straniere, su quello tra lingua 'ufficiale' e dialetti, sulla relazione fra tradizione normativa e innovazione libertaria nelle pratiche linguistiche. Un esempio: dal fallimento di certi Governi francesi quando bocciavano il "franglais" (il francese intrecciato con espressioni inglesi) o proibivano (sic) l'uso di locuzioni straniere, noi possiamo ricavare un'indicazione preziosa: la lingua, e i parlanti, sono un organismo abbastanza potente da farsi beffe di ordinanze burocratiche.
2. L'impetuosa espansione dell'inglese nel mondo, aggiunto ad altri fenomeni che tralascio, dovrebbe non di meno promuovere un certo ripensamento e tutela degli idiomi nazionali. La lingua, infatti, non è solo un mero veicolo di informazioni: è anche la memoria collettiva di una storia spirituale e culturale che sarebbe stolto spegnere. Si imparino, dunque l'inglese e l'italiano. Non si trascurino neppure, in questa prospettiva, le lingue delle minoranze linguistiche e i cosidetti dialetti: i quali, specie in Italia, sono una preziosa sorgente di espressioni linguistiche che spesso dicono in modo ricco e difficilmente sostituibile una parte del nostro essere.
3. Le battaglie che mi paiono più importanti in Italia sono, da un lato, quelle a favore della padronanza linguistica (ricordate il celebre testo di Dario Fo dove si dice che una delle debolezze del lavoratore sta nel conoscere un numero di parole infinitamente minore di quelle del padrone?); dall'altro, quella contro l'impoverimento e la banalizzazione della lingua. Vari insegnanti denunciano il crescente numero di strafalcioni commessi dagli allievi in sede orale non meno che scritta. Le cause sono tante. Tra le principali, la diminuita sensibilità linguistica della Scuola, la diminuita pratica della lettura, l'aumentata dipendenza da massmedia tendenzialmente 'anal
fabetizzanti'. Per reagire occorre non solo stimolare gli studenti di ogni ordine e grado a leggere, ma anche impegnarli in un quotidiano esercizio di esposizione orale e scritta del loro pensiero.
4. Tale impegno è tanto più importante in quanto in molti giovani si nota quella che chiamerei una tendenza 'autoriduttiva' e afasica nella pratica comunicativa. Avete notato la crescente frammentarietà e lacunosità dei loro discorsi? E avete notato la frequenza della frase «non c'è problema», che spesso esprime non tanto l'assenza di problemi quanto l'assenza della voglia di impegnarcisi e di parlarne? L'impegno, e la parola, stancano. In America si rilutta così tanto dalla fatica linguistica che, oltre al classico «There is no problem» l'altra e ancor più frequente locuzione è «You see what I mean?». Una domanda alla quale, quando insegnavo negli Stati Uniti, avrei voluto rispondere «No. I don't». Giacché in essa coglievo l'indisponibilità ad articolare, ad argomentare di più un idea appena un po' complessa.
5. Giornali, televisioni e sms telefonici tendono ad abbreviare, semplificare, uniformare le pratiche linguistiche. Nella Civiltà della Fretta e del
la Performance anche il linguaggio deve essere veloce (dunque breve), comprensibile per tutti (dunque facile) ed efficiente (dunque chiaro-univoco). Recentemente nel commentare una mia conferenza, un giovane (universitario...) mi ha consigliato di fare discorsi più «neutrali», in quanto i soli in grado raggiungere «il grosso» degli ascoltatori. Terribile. Esaltare la «neutralità» del dire significa privilegiare parole/concetti non impegnativi, non coinvolgenti. E puntare ad acquisire «il grosso» del pubblico, significa far entrare il principio dell'audience televisiva nell'ambito della comunicazione umana.
Sia come sia, l'ideale di una civiltà linguistica fatta di sole parole «neutrali» - trasparenti, dove ogni (talvolta difficile) comunicazione ha da essere (facile) informazione, oltre che essere utopistico appare un modo ben misero e riduttivo di vivere l'umano nella sua complessità e poli-significanza. Cerchiamo, in conclusione, di arricchire ('complicare') sempre più la nostra lingua - e, insieme, di propagarla proprio così, nella sua crescente e metamorfica complicatezza (sempre più consonante, in votis con la complessità della vita) ai suoi più o meno alfabetizzati utenti.

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