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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Errori madornali e… “quasi errori”
di Fausto Raso

Ci capita sovente di leggere sulla stampa articoli - redatti da gente di cultura e “grandi firme” – che non rispettano le norme che regolano la nostra lingua, un tempo “idioma gentil sonante e puro” per dirla con l’Alfieri. Alcuni scritti sono pieni di errori madornali (che sfuggono ad un primo esame); altri, invece, sono farciti di “quasi errori”, di parole, cioè, che in buona lingua italiana andrebbero scritte in modo diverso, vale a dire in modo conforme alla loro etimologia.
Cominciamo con il vedere alcuni errori madornali (anche se di primo acchito non sembrano tali) in cui cade la quasi totalità delle grandi firme del giornalismo. Dopo il prefisso “di” non si deve assolutamente raddoppiare la consonante che segue. Non si scriva, quindi, “dippiù” ma, correttamente, “dipiù”, meglio ancora “di più”; non “perloppiù”, ma “perlopiù”. Il raddoppiamento della “p” è tipicamente dialettale. Ciò vale anche per “dinanzi” che molti, erroneamente, scrivono “dinnanzi”, probabilmente per un accostamento analogico con “innanzi” il cui rafforzamento sintattico (raddoppiamento della “n”) è solo apparente perché la doppia “n” risulta dalla fusione di “in” e dalla locuzione latina “in antea” già contratta in “nanzi” (in + in antea = in nanzi = innanzi); dinanzi deriva, invece, dalla fusione di “di” e di “nanzi” (di + in antea = in nanzi = dinanzi). Non bisogna raddoppiare la “v” in tutta la coniugazione del verbo “intravedere” e non seguire, per tanto, l’esempio negativo dei cosi detti scrittori di vaglia che dicono e scrivono, ad esempio, noi “intravvediamo”.Il predetto verbo non raddoppia la “v” perché il prefisso “intra”, al contrario di “infra”, non richiede il rafforzamento sintattico: intravedere, ma “inframmettere”. Dove dovrebbero rispettare il raddoppiamento e non l’osservano incorrendo, quindi, in un madornale errore è in “senonché”, la cui sola forma corretta è “sennonché” in quanto la congiunzione “se”, come vuole la “legge grammaticale” richiede il raddoppiamento della consonante della parola che segue: sebbene, seppure, semmai, sennò e, conseguentemente, “sennonché”.
E veniamo ai “quasi errori”. Ce ne vengono alla mente due: neofita e archiatra. Il primo tutti lo scrivono con la “a” finale, per l’appunto, ma è un… “quasi errore” (per noi è un errore senza il “quasi”, anche se i soliti vocabolari permissivi lo ammettono) in quanto nella grafia non rispetta la sua etimologia. Questo vocabolo, dunque, che significa “convertito di recente”, “nuovo adepto”, formato con le voci greche “neo” (nuovo) e “phyein” (germogliare, generare) latinizzato in “neophytus” (germogliato da poco) è divenuto in lingua italiana “neofito”, con tanto di desinenza in “o”. E’, per tanto, un sostantivo e si comporta come tale: neofito per il maschile singolare, neofita per il femminile singolare e neofiti e neofite per i rispettivi plurali. Stesso discorso per quanto attiene ad “archiatra” la cui desinenza in “a” è tollerata. La sola forma corretta “sarebbe” archiatro. Anche questo, perciò, è un “quasi errore”. E vediamo il perché. Questo sostantivo – adoperato un tempo per indicare il “primo medico di corte” e rimasto in uso oggi solo per il medico del Pontefice – viene pari pari dal greco “archiatròs” , composto con “archi” (primato, ‘superiorità’) e “iatròs” (medico, il “primo medico”, dunque). Dal punto di vista prettamente etimologico, quindi, la desinenza in “a” (archiatra) non è giustificata. La forma “scorretta”, il “quasi errore”, si tollera per analogia con pediatra, odontoiatra, psichiatra, otoiatra e via dicendo.
Coloro che amano il bel parlare e il bello scrivere prestino attenzione, quindi, e facciano di tutto per non cadere nei… “quasi errori”.

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