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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Smarronando, smarronando....
di Fausto Raso

Siamo stati accusati di essere severamente critici nei confronti dei così detti operatori dell’informazione – giornalisti radiotelevisivi e della carta stampata – perché a nostro modestissimo avviso non rispettano (perché non le conoscono?) le norme che regolano la nostra lingua e vanno, quindi, “smarronando” di qua e di là “rovinando” i lettori ‘poco avvezzi a cose di lingua’. Rimandiamo al mittente queste accuse del tutto gratuite e quale “prova” della veridicità della nostra amara denuncia prendiamo due verbi e un aggettivo non correttamente adoperati da buona parte della stampa (e delle radiotelevisioni): decollare, atterrare e junior.
Quante volte, dunque, leggete sui giornali e sentite alla radio o in televisione frasi del tipo “l’aereo è decollato ed è atterrato senza problemi”? Bene. Anzi male, malissimo: i due verbi sono coniugati in modo spudoratamente errato. Cominciamo con l’esaminare il verbo “decollare” che in buona lingua italiana ha un solo significato: “staccare il collo”, vale a dire decapitare. Proviene, come il solito, dal latino “de” (prefisso “allontanativo”) e “collum” (collo); alla lettera, dunque, vale “allontanare il collo”. Essendo transitivo può essere tanto attivo quanto passivo: i vandali ‘decollano’ la statua; la statua è stata ‘decollata’ dai vandali. Decollare, nell’accezione di “involarsi”, “prendere il volo” è, invece, un prestito dal francese “décoller”, composto di “de” (prefisso privativo) e “coller” (incollare), tratto da “colle” (colla) e letteralmente sta per “scollare”, “staccare la colla”. Un velivolo, per tanto, quando “decolla” stacca la colla (da terra, in senso figurato) e prende il volo. C’è da dire, però, che decollare nel significato di “involarsi” è ormai entrato di diritto nel nostro vocabolario ed essendo usato intransitivamente richiede – come tutti i verbi intransitivi che indicano un moto fine a sé stesso – l’ausiliare avere: l’aereo ha decollato.
Identico discorso per il verbo atterrare, che ha due distinti significati: “gettare a terra” e “posarsi a terra”. Nel primo caso è transitivo con forma sia attiva sia passiva: il portiere atterra il centravanti; il centravanti è atterrato dal portiere. Nel secondo caso è intransitivo e in quanto tale – come decollare – richiede l’ausiliare avere: l’aereo ha atterrato. Non diamo ascolto, quindi, alle “malelingue” radiotelevisive (e della carta stampata): diciamo e scriviamo, correttamente, che l’aereo ‘ha’ decollato e ‘ha’ atterrato anche se, in quest’ultimo caso (e solo per questo), alcuni vocabolari ammettono l’uso dell’ausiliare essere quando si tratta di persone: l’aereo ‘ha’ decollato in orario e ‘siamo’ atterrati all’aeroporto di Fiumicino alle 20.30 in punto.
E veniamo a “junior” che significa “giovane” e non si pronuncia “giunior” come insistentemente sentiamo dalla bocca di giornalisti di grido delle radiotelevisioni, ma con la “i” normale, essendo, ripetiamo, un vocabolo latino. Anzi, andrebbe scritto con la ‘i’, non con la ‘j’: iunior. Il latino classico non conosceva la lettera “j”. Ma tant’è. Ormai si è imposta la grafia.... “errata”. Questo per quanto riguarda la pronuncia e la grafia. E sempre a proposito di grafia – quella corretta – quando junior si abbrevia si scrive senza punto finale: Agnelli jr è andato in vacanza. Non si tratta, infatti, di un troncamento, come “dott.”, dove il punto finale indica la caduta delle ultime lettere [dott(ore)]. In questo caso si tratta di un vocabolo “sincopato”: sono cadute le lettere interne della parola. Da junior tagliando le lettere interne “unio” resta, ovviamente, “jr” [j(unio)r]. Lo stesso discorso per quanto attiene all’abbreviazione di “dottore”: dr, senza punto finale. Dottore, quindi, si può abbreviare in due modi: dr e dott. Se si sceglie il primo modo avremo una parola sincopata tratta dal latino “doctor”, nel secondo modo un termine troncato, con tanto di punto finale: dr Giovanni; dott. Pasquale. La stampa, come dicevamo all’inizio di queste noterelle, non fa nessuna differenza. E sbaglia, naturalmente.
Le nostre “accuse” sono infondate? Non crediamo proprio. Prendete un giornale qualunque, apritelo a una pagina qualunque e... ci darete ragione.

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