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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Alcune parole comuni e “traditore”
di Fausto Raso

Con parole “traditore” intendiamo quei vocaboli che nel corso della lunga storia – molto spesso avventurosa – assumono accezioni non solo diversissime, ma addirittura opposte alla loro etimologia. Nel piluccare qua e là nell’immensa foresta del vocabolario della nostra lingua non ci proponiamo soltanto di ‘esaminare’ dei casi curiosi, ma anche e soprattutto di trarne qualche insegnamento sul modo in cui il nostro lessico funziona e si viene, via via mutando.
Per dare subito un’idea di ciò che intendiamo dire prendiamo, ad esempio, due vocaboli conosciutissimi come ‘maestro’ e ‘ministro’: stando all’etimologia il primo dovrebbe essere di gran lunga più importante del secondo. Maestro proviene, infatti, dal latino ‘magis’ (‘più’) e dovrebbe avere, quindi, un’autorità superiore a quella del ministro che viene anch’esso dal latino ‘minus’ ma col significato di ‘meno’ (‘inferiore’). Accade, invece, l’opposto.
Ma vediamo di piluccare qua e là, per l’appunto, cominciando col vedere quelle parole che i grammatici definiscono “medie” o “indifferenti”. Esempio tipico è quello di fortuna che nella sua accezione primaria indica la “sorte”, vale a dire “quello che capita”: una persona che tenta la fortuna sa in partenza che questa potrà esserle favorevole o avversa. Nell’uso comune, però, con fortuna si intende, o meglio si pensa esclusivamente alla sorte prospera. E solo a questa ci riferiamo quando adoperiamo l’aggettivo fortunato. Un viaggio, tuttavia, anziché fortunato può essere fortunoso in quanto, come recitano i vocabolari, presenta “molte vicende, soprattutto tempestose e infelici”: è stato un periodo fortunoso. Altre parole “medie” che con il tempo hanno finito con l’orientarsi in un senso o nell’altro sono successo, che ha preso un buon significato e viceversa tempesta, che l’ha preso cattivo. In questo caso, per rendersi conto dell’evoluzione, è sufficiente confrontare un intervento “tempestivo” con un intervento “tempestoso”. E che dire dell’ ascensore che fa regolarmente una corsa in salita (‘ascesa’) e una in discesa? A rigore di termini si dovrebbe chiamare “ascensore-discensore”; però essendo più utile per salire che per scendere ha preso il nome dalla funzione predominante che, ovviamente, ha sopraffatto l’altra. E il significato di signore non si è modificato fino a rovesciarsi? Signore – come tutti sappiamo – viene dal latino ‘senior’ che voleva dire ‘anziano’, ‘più vecchio’. Il grande rispetto che un tempo si aveva per gli anziani portò ad adoperare il termine come un titolo onorifico, e pian piano il vocabolo si estese a tutti coloro che avevano una certa autorità, finché si finì con il chiamare “signori” tutti quanti. L’antico significato è talmente nascosto che si può parlare benissimo di un “giovin signore” e non si corre neanche il rischio di offendere una bellissima ragazza chiamandola “signorina” che, stando all’etimologia, appunto, significa “vecchierella”. Ancora.
Prendiamo il verbo cacciare. Questo risale al latino “capere” che valeva ‘catturare’, ‘prendere’; il verbo esprime lo “sforzo di prendere” un animale per poi, naturalmente, cibarsene. Di qui si sviluppa l’idea della fuga e del conseguente inseguimento: l’animale ‘cacciato’ corre via quanto può. Il significato primario del verbo, quindi, finisce con il rovesciarsi, perché quando ‘cacciamo’ una persona dalla nostra vita, lungi da noi l’idea di “sforzarci di prenderla”; cerchiamo, al contrario, di levarcela di torno.
In qualche caso, però, il rovesciamento di significato delle parole è dovuto ai prefissi o ai suffissi che contribuiscono alla loro formazione. Il prefisso “in”, ad esempio, in lingua italiana (come del resto in latino) può avere un significato intensivo e un significato negativo: il suffisso “in” di ‘incoraggiato’ è intensivo; quello di “inopportuno”, viceversa, è negativo. In linea di massima i due filoni sono paralleli, non si confondono. Vi sono, però, le solite eccezioni che confermano la regola.

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