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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
"Scaricare", "scannare", "processare": così il computer cambia la nostra vita
Corriere della sera (28 settembre 2004)
di Paolo Conti

La lingua italiana è vivissima, in continuo fermento, alimentata com'è dalla globalizzazione che impone nuovi vocaboli (o modifica il significato ad altri) e da un localismo geloso della tradizione, capace di sottrarre alla morte lessicale sia singole parole che modi di dire. A mantenere in buona salute l'italiano provvedono soprattutto i diecimila lemmi che compongono il vocabolario più corrente e comprensibile dalla maggioranza dei nostri connazionali, vero garante della comunicazione tra generazioni.
Parte da questi tesi l'avventura linguistica dell'edizione 2004-2005 del dizionario Devoto-Oli edito da Le Monnier. Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli sono ormai scomparsi e così l'edizione è curata da Luca Serianni, ordinario di Storia della lingua italiana a "La Sapienza" di Roma e accademico dei Lincei e della Crusca, e da Maurizio Trifone, professore di Lessicografia e lessicologia italiana all'Università per stranieri di Siena, esperto di linguaggi giovanili: da oggi (la prima tappa sarà a Trieste) il volume verrà presentato in otto città italiane, volutamente non tra le più grandi, proprio per sottolineare l'apporto di un territorio che da secoli produce lingua. Qualche cifra: tremila parole nuove, venticinquemila nuove accezioni, un totale di centocinquantamila definizioni, i famosi diecimila lemmi base segnalati con l'inchiostro azzurro (3.190 pagine, completo di cd costa 68,50 euro).
Sgombriamo subito il campo da un luogo comune, cioè che l'italiano ceda sempre più spazio alla lingua anglo-americana: "La quota di anglicismi è certo alta, crescente ma si limita a invadere soprattutto certi settori. Molte espressioni sono destinate a tramontare quando non si siano stabilmente inserite nella lingua" assicura Luca Serianni. Difficile immaginare un mondo televisivo quotidiano senza gli atroci reality show. Impossibile proporre una traduzione per work in progress. In quanto al web e al mondo on-line, si spedirà sicuramente una e-mail, solo i più raffinati italofoli ostentano l'elegante posta elettronica.
La globalizzazione dunque incide, ma solo in campi ben precisi: E produce pure il sovrapporsi di nuovi significati su parole che ne hanno da sempre altri. In ufficio chi dice chiocciola indica sicuramente il segno necessario a spedire e-mail. E così sito e portale conducono le nuove generazioni all'universo di Internet più che a un luogo archeologico o a un ingresso di un'abbazia. Lo stesso avviene con scaricare. Addirittura con scannare: da una parte l'orrore di una morte sanguinolenta, dall'altra la lettura con lo scanner. Identico fenomeno produce processare che ormai indica anche l'elaborazione di dati (dall'inglese to process). Commenta Serianni: "Sono parole che derivano dall'inglese ma sono italianizzate a tutti gli effetti, magari non sono belle ma bisogna realisticamente abituarsi".
E mentre si celebra il funerale di neologismi prima sfruttatissimi e poi defunti (chi usa più paninaro dopo la fine degli anni 80? In quanti titoli compare tangentaro dopo Mani pulite? In quanti incunaboli contemporanei è rintracciabile matusa dopo i primi anni 70?) resta durissimo lo zoccolo di chi non rinuncia alle parole d'un tempo. Serianni e Trifone si rallegrano scoprendo che carabattola (masserizia di poco pregio), posapiano (pigrone), ramerino (rosmarino in toscano) siano ancora in circolazione, così come avviene con si loca (si affitta) a Napoli.
Spiega di nuovo Serianni:"Qui possiamo immaginare un discrimine legato all'età. Da una parte chi ha più di 40-45 anni e usa quelle espressioni perché le conosce e dall'altra i più giovani. Prendiamo senza colpo ferire: i più giovani sanno che lì ferire è una forma arcaica che sta per battere. Lo stesso succede per molti detti derivati dala civiltà agraria: darsi la zappa sui piedi, menare il can per l'aia, chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. La differenza sta tra chi ha conosciuto quel mondo e chi lo ignora". Poi c'è la politica, come sempre sul banco degli imputati. Sostiene Luca Serianni: "Gli uomini pubblici dovrebbero ritenere l'uso del vocabolario fondamentale, quasi un dovere sociale. Non immaginano neppure, come ha dimostrato Tullio De Mauro, quanto sia vasta e addirittura maggioritaria la fetta di italiani tagliata fuori dalla comprensione di espressioni come ministero del Welfare, question time in Parlamento e via dicendo".
Infine la scuola e l'università. Secondo lo studioso dovrebbero favorire lo studio del vocabolario e quindi la dilatazione delle capacità espressive con vere e proprie lezioni di "traduzione" delle parole più complesse: "L'ideale sarebbe ricorrere a letture e a commenti scritti, diciamo il metodo più tradizionale e consolidato. Non dimentichiamoci che l'uso maturo di una lingua facilita l'accesso ad altre conoscenze e lo stesso studio di altri idiomi. E tra gli strumenti positivi vedo anche il quotidiano in classe, ottimo veicolo di lingua viva".

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