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Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Il “sesso” delle parole
di Fausto Raso

Riteniamo opportuno fare un po’ di chiarezza sui nomi così detti di genere comune; quei nomi, cioè, che hanno un’unica desinenza tanto per il maschile quanto per il femminile. Come si riconosce, dunque, il loro “sesso”? La “mascolinità” o la “femminilità da cosa è data? Il “sesso”, in questi casi, si riconosce dall’articolo o dall’aggettivo che li accompagna: ho conosciuto “tua” nipote; è “un” cantante che va per la maggiore. Nipote e cantante, come si vede chiaramente, hanno la medesima desinenza sia per il maschile sia per il femminile: abbiamo riconosciuto il loro “sesso” dall’aggettivo e dall’articolo che li precedono.
Appartengono, dunque, ai nomi di genere comune (vale a dire sia maschile sia femminile):
a) tutti i participi presenti con valore di sostantivo (il cantante, la cantante; il questuante, la questuante; tra questi metteremmo anche lo studente e “la” studente, anche se comunemente si preferisce – con l’avallo dei “sacri testi” – la forma “errata” studentessa; diciamo, per caso, “cantantessa”?);
b) gran parte dei sostantivi in “e” (il nipote, la nipote; il preside, la preside; il vigile, la vigile (da evitare, in proposito, “vigilessa”: non c’è alcun motivo orto-linguistico-grammaticale che giustifichi tale ‘femminilizzazione’, anche se comunemente in uso);
c) i sostantivi terminanti in –ista (il pianista, la pianista; lo specialista, la specialista);
d) i sostantivi di origine greca in –iatra (il pediatra, la pediatra; l’odontoiatra, la odontoiatra, ma, attenzione “archiatro”, non archiatra, derivando il termine da “iatròs”, medico);
e) i sostantivi di provenienza latina terminanti in –cida (il suicida, la suicida; il parricida, la parricida);
f) alcuni sostantivi in –a, come il collega, la collega, l’atleta, la atleta;
g) i nomi terminanti in “ante” cui, però, non corrisponda una radice verbale, come, per esempio, negoziante (che non viene dal verbo negoziare, ma da negozio) e birbante (che non proviene dal verbo “birbare” che è inesistente).
Per concludere due parole sul “parricida”. Questo sostantivo – contrariamente a quanto si pensi – si riferisce non solo a chi uccide il proprio padre, ma anche a chi uccide un ascendente o un discendente (un parente stretto): lo stesso padre che uccide il figlio è un parricida.

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