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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
A riveder le... bucce
di Fausto Raso

Prima di occuparci dell'uso corretto di due avverbi, due parole due su un modo di dire conosciuto ma dal significato "nascosto": "riveder le bucce". Il significato scoperto, dunque, è noto a tutti. Si adopera questo modo di dire - in senso figurato, naturalmente - quando si vuole esaminare accuratamente il lavoro altrui per vedere se sotto la "buccia" è tutto in ordine e ciò che è stato fatto non presenta alcun difetto. Bene. Per il significato ragionato, vale a dire per comprendere il significato "nascosto" di questo idiomatismo occorre rifarsi, come il solito, al... solito latino. Il Caix, infatti, fa derivare la voce italiana "buccia" dal latino "praepucia", femminile di "praepucium" ("praeputium"), 'pelle', 'epidermide'. Con il trascorrere del tempo la "buccia" acquisì anche il significato di "involucro superiore della frutta e di pelle degli animali" donde un altro modo di dire: "far la buccia", cioè far la pelle, quindi "uccidere". Più genericamente la buccia è la "superficie", la "parte anteriore": "Qual suole il fiammeggiar delle cose unte / Muoversi pur su per l'estrema buccia" (Dante, Inf. 19.28). Riveder le bucce vale quindi, in senso figurato, rimuovere la pelle, l'involucro, per vedere se tutto è come deve o dovrebbe essere.
E veniamo all'uso corretto degli avverbi "onde" e "nonché". I documenti ufficiali, quelli redatti dalla macchina burocratica, per intenderci, fanno uno spropositato uso (ed abuso) di "onde", considerato - a torto - un "oggetto multiuso". Non è così! Per l'appunto. Onde, ricordiamolo, è un avverbio di moto da luogo derivando dal latino "unde" (da dove); è errato, dunque, l'uso di onde seguito da un verbo di modo infinito per introdurre una proposizione finale: le scrivo queste righe "onde" ottenere il suo interessamento per quell'affare. Questo "onde" in una proposizione finale - tanto caro ai nostri burocrati, ma non solo - può essere sostituito, anzi deve essere sostituito con la preposizione "per", la sola "autorizzata" ad introdurre la proposizione finale: le scrivo queste righe "per" ottenere... Al solito, molti scrittori non osservano questa semplice regola, voi regolatevi come meglio credete. Se amate la lingua però...
E sempre a proposito di avverbio (o congiunzione) il cui uso nel linguaggio burocratico non è corretto, ricordiamo che "nonché" (scritto anche " non che") ha valore intensivo o rafforzativo e significa "tanto più", "tanto meno", "per di più" ecc. Non può essere adoperato, quindi, in sostituzione della congiunzione "e". Si legge spesso sui giornali: al convegno sono intervenuti il ministro nonché rappresentanti del mondo imprenditoriale. E' chiaro come la luce del sole che nella frase sopra citata "nonché" sta ad indicare "e", il suo uso, per tanto, è tremendamente errato. E' bene adoperato, invece, in espressioni del tipo: è un giovane intelligente nonché ("per di più") studioso.

 

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