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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Dite la vostra…
di Fausto Raso

Quella sera Paolino era veramente stanco; aveva trascorso una giornata stressante: prima dall’odontoiatra per l’estrazione di un dente che impediva la regolare crescita di quello vicino poi, nel tardo pomeriggio, i compiti di scuola da consegnare il mattino successivo. Doveva risolvere un problema la cui soluzione lo aveva impegnato fino all’ora di cena.
Era veramente stanco, quella sera, e non riusciva a prender sonno; la mamma, premurosa, come sempre, gli si avvicinò e cominciò a raccontargli una fiaba: “C’era un volta un bambino, tanto piccino, con gli occhi azzurri e i capelli color dell’oro… stretta è la foglia, larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia”. Il finale lasciò un po’ perplesso il fanciullo, che era molto intelligente: quella frase gli sembrava senza senso.
In effetti, di primo acchito e per i non “addetti ai lavori” la frase può sembrare sconclusionata, ma così non è; c’è sempre una spiegazione per tutte le cose e la… spiegazione è molto semplice: si tratta di un errore di trascrizione della parola “soglia”. Anticamente, quando cominciò a “prender corpo” il nostro idioma, la frase era “stretta è la soglia, larga è la via…” Quest’espressione si usava, anzi si usa, per mettere in evidenza il fatto che la difficoltà maggiore sta nel cominciare un racconto. La “soglia” è intesa, infatti, come “porta d’ingresso” di un discorso: la soglia è stretta, vale a dire l’inizio è difficoltoso, ma una volta superata la porta la via si presenta larga e si può continuare con facilità. Il passaggio da “soglia” a “foglia” derivò, per l’appunto, da un errore di trascrizione: fino a qualche secolo fa le consonanti “f” e “s” si somigliavano graficamente, come le vocali “i” e “u” tanto è vero che l’usanza di mettere i puntini sulle “i” per distinguerle dalle “u” risale, se non cadiamo in errore, al Cinquecento. Di qui nasce anche la locuzione “mettere i puntini sulle i “, detto di persona che è eccessivamente pignola o pedante.
Per la parte squisitamente linguistico-grammaticale ci soffermeremo sull’uso corretto del verbo “guardare” seguito da un sostantivo. E ci spieghiamo meglio. Si deve dire “guardiacaccia” o “guardacaccia”; “guardaspalle” o “guardiaspalle” e simili? La “i” nel centro della parola la mettiamo o no? La stampa, in genere, dà entrambe le grafie e, come sempre in fatto di lingua, sbaglia: la “i” va omessa. E vediamo subito il perché. Si tratta di parole composte di un verbo (guardare) e di un sostantivo e non di due sostantivi (guardia e caccia, ad esempio). Poiché la terza persona singolare del presente indicativo del verbo “guardare” è “guarda” (senza la “i”), avremo guardacaccia, guardaspalle, guardafili, guardaboschi e via dicendo. Diffidate, quindi, dei numerosi vocabolari permissivi che ammettono entrambe le grafie (guardacaccia e guardiacaccia). Fa eccezione “guardiamarina”, cioè il più basso grado di ufficiale nella marina militare, perché non ha nulla in comune con il verbo “guardare” essendo pari pari lo spagnolo ‘guardia marina’ trasportato in lingua italiana in grafia unita.

 

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