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Che lingua parli? Parliamone.
Neologismi, vocaboli ed espressioni più o meno creative, modi di dire, termini mutuati dalle lingue straniere, recuperi dal passato, gerghi di settore. Dove sta andando la lingua italiana? Quale italiano parliamo oggi? In questa sezione trovate una rassegna stampa sempre aggiornata, con gli articoli di chi studia la nostra lingua e la sua continua evoluzione. Per capirne qualcosa di più.
Perché si dice...
di Fausto Raso

Perché si dice...
...Ingoiare il manico della scopa. Quest'espressione presenta due interpretazioni e, quindi, due significati. Nel primo caso si dice di persona che per motivi di salute è costretta a portare il busto con stecche rigidissime mantenendo, per tanto, una posizione del corpo ben eretta ma rigida. Nel secondo caso, ed è quello in cui la locuzione è maggiormente adoperata, si dice di persone superbe, "spocchiose", che guardano il prossimo dall'alto in basso e con aria di sufficienza. Quanto all'origine, ci sembra intuitiva: in entrambi i casi la persona che cammina così impettita dà l'impressione di non potersi muovere perché, metaforicamente, ha ingoiato il... manico della scopa.
Far venire i bordoni. Questo modo di dire, per la verità, è ormai relegato nella soffitta della lingua. Non sappiamo, infatti, quante persone ancora l'adoperino e quante, di conseguenza, la conoscano. Sappiamo con certezza, invece, che un tempo la locuzione voleva dire - in senso figurato - "far venire la pelle d'oca", "far rabbrividire". I bordoni, in questo caso, non sono le "canne musicali" che hanno dato vita all'espressione "tenere bordone", vale a dire assecondare qualcuno, ma i rimasugli delle penne di un volatile le quali sono state spuntate a fior di pelle. Il medesimo termine è adoperato per indicare le nuove penne, quelle che stanno nascendo. Conosciutissima, al contrario, e ancora in uso l'espressione "far venire la pelle d'oca", detto di cose che incutono paura, ribrezzo, orrore e che, come il freddo e i brividi, possono provocare quella particolare alterazione della pelle che diviene simile a quella di un'oca appena spennata.
Stare a martello, vale a dire resistere alla censura. L’espressione ci sembra non abbisognevole di spiegazioni essendo di origine intuitiva: colui che riesce a “sfuggire” alla censura vuol dire che ha degli argomenti che non si “rompono” – ovviamente in senso metaforico – sotto i colpi del… martello. Il modo di dire vale anche “corrispondere al vero”. In questo caso la locuzione fa riferimento al cimento dell’argento: quando non resiste ai colpi del martello vuol dire che non è sincero… Di qui, per l’appunto, l’uso figurato dell’espressione.
Raccogliere i broccoli. Questa locuzione pur essendo – con molta probabilità – sconosciuta ai più, è messa in pratica da molte persone, soprattutto nei posti di lavoro. Chi raccoglie i broccoli, dunque, naturalmente in senso figurato? Colui che si diverte a divulgare pettegolezzi e maldicenze nei confronti di tutti. L’espressione sembra faccia riferimento ai discorsi delle massaie le quali, quando vanno a “raccogliere i broccoli”, cioè al mercato, si scambiano notizie e pettegolezzi su tutto e per tutti. “Navigatori” carissimi, quanti “raccoglitori di broccoli” vi è capitato d’incontrare durante la vostra vita lavorativa? Una calcolatrice, siamo sicuri, non basterebbe per fare la conta.
Fare una cosa di soppiatto. Chi non conosce quest’espressione che significa “agire furtivamente, di nascosto”? Ciò che non tutti sanno, forse, è il significato proprio di “soppiatto”. Cos’è, dunque, questo soppiatto? E’ un aggettivo che si adopera esclusivamente nelle locuzioni simili: uscire di soppiatto; entrare di soppiatto, ecc. e propriamente vale “appiattandosi”. E’ composto con il prefisso “so(b)” – che è il latino “sub” (sotto) – e l’aggettivo “piatto” – che è tratto dal latino medievale “plattus” (‘largo’, ‘aperto’) – quindi “schiacciato”. La persona che entra di soppiatto, quindi, figuratamente si “appiattisce”, si “schiaccia” per ridurre il volume e non farsi notare…
Calma e gesso! Questo non è propriamente un modo di dire ma un’esclamazione con la quale si invita una persona a non prendere delle decisioni affrettate delle quali, in futuro, potrebbe pentirsi; ma, al contrario, valutare con la massima attenzione una determinata situazione per affrontarla nel modo migliore e, eventualmente, “goderne” i benefici. Gli amici “navigatori”, appassionati del gioco del biliardo, dovrebbero conoscerla provenendo – la locuzione – dal su citato gioco. Prima di un tiro ritenuto particolarmente difficile, i giocatori esperti, i “professionisti”, valùtano con la massima calma la posizione delle biglie e strofinano con il gesso la punta della stecca al fine di renderla “uniforme” ed essere sicuri, quindi, di riuscire a ottenere il tiro studiato attentamente.
Fare la manfrina. Il cavalier Stoppini, conosciuto negli ambienti di lavoro come un uomo taciturno, discreto e poco incline a manifestazioni “affettuose” verso i suoi dipendenti, quella mattina smentì sé stesso allorché si “sperticò” nel tessere le lodi di un impiegato che – fino al giorno prima – era stato considerato la “pecora nera” dell’ufficio. Peppino – questo il nome dell’impiegato divenuto improvvisamente un modello da imitare – non credeva ai suoi orecchi: la stanza dove lavorava – per anni considerata la sua prigione – gli appariva una regia e lo Stoppini (il suo “carceriere”) il miglior uomo del mondo. Solo più tardi, confidandosi con alcuni colleghi, si rese conto del fatto che qualcosa non “quadrava”: la “manfrina” del cavaliere era sincera o nascondeva qualcosa? “Non fidarti, è tutta una manfrina”, questa frase dei colleghi gli rimbombava negli orecchi e lo rendeva nervoso. Quante volte anche a voi, gentili Lettori, sarà capitato di dover sopportare una persona che la “fa lunga” o per un motivo o per un altro? Una persona, insomma, che fa la “manfrina” come usa dire correntemente. Questo modo di dire, “fare la manfrina”, appunto, è un classico idiotismo, vale a dire una frase dialettale “spurgata” ed entrata a pieno titolo nel linguaggio nazionale. E’, infatti, una “corruzione” del dialetto piemontese di “Monferrina”, una danza allegra e dai movimenti vivaci, di stile “villereccio” e così chiamata perché un tempo era in voga nel Monferrato ed entrata in società all’inizio del diciannovesimo secolo quale contraddanza. In senso figurato la manfrina è un discorso, una chiacchierata noiosa e tirata per le lunghe: è sempre la solita manfrina. O anche, sempre in senso traslato, ossia figurato, una messinscena predisposta al fine di ottenere qualcosa, di convincere o per lo meno coinvolgere qualcuno e votarlo alla propria causa: non fidarti è tutta una manfrina; non mi incanta, conosco bene le sue manfrine! Non dargli retta, sono solo manfrine.
Dar retta. La frase precedente ci ha richiamato alla mente quest’altra espressione, “dar retta”, che, come tutti sappiamo, significa “prestare attenzione”, “badare”, “porgere l’orecchio”. Per la spiegazione ci affidiamo al linguista Ottorino Pianigiani: “E’ secondo lo Storm dal latino ‘dare arrectam’ (sottinteso aurem, dare aurem), prestare orecchio. ‘Arrectam’ è il participio passato femminile di ‘ar-rigere’, dirigere, composto della particella ‘ad’ (a) e ‘regere’ (dirigere). In Terenzio difatti si legge: ‘arrige aures’, drizza l’orecchio, cioè stai bene attento”.
Capitare, venire a fagiolo. Questa locuzione, probabilmente non molto conosciuta in alcune zone d’Italia e di conseguenza poco adoperata, è di origine sconosciuta. Si adopera, comunque, quando si vuole mettere in evidenza un avvenimento, un fatto che giunge a proposito e, quindi, molto gradito. Si dice, naturalmente, anche di una persona: càpiti proprio a fagiolo; la tua presenza è molto gradita e giungi nel momento quanto mai opportuno. L’origine dell’espressione, dicevamo, non è molto chiara, anzi sconosciuta. La spiegazione che tenteremo di dare è, quindi, una nostra personale ipotesi. Alcuni mobili sono detti “a fagiolo” perché le curvature ripetono le linee di un… fagiolo. Questi mobili, per tanto, per la loro caratteristica possono entrare negli angoli più disparati: c’entrano proprio a fagiolo, cioè a proposito. In senso figurato, quindi, la “locuzione aggettivale” ‘a fagiolo’ riferita alla mobilia è stata “trasportata” nel mondo degli uomini e degli avvenimenti con il significato di “gradito”, “a proposito” e simili: Giovanni, in quell’occasione, giunse proprio a fagiolo, cioè a proposito.
Dar le mele a una persona. La locuzione che avete appena letto – forse poco conosciuta – si adopera allorché si vuol mettere bene in evidenza il fatto che due persone se le sono date di santa ragione e una, in particolare, è stata picchiata con un bastone. L’origine è tratta dal mondo contadino: il bastone, infatti, viene adoperato per “picchiare” l’albero allo scopo di far cadere le mele. A Roma, in particolare, si usa quest’espressione, naturalmente in senso metaforico, quando si “picchia” moralmente una persona: in fatto di lingua tuo fratello ti dà le mele, cioè ne sa più di te.
Prendere in castagna, vale a dire in errore. La locuzione originaria era "prendere in marrone" perché marrone, dal latino medievale 'marro, marronis', significa errore. Il popolo, però, ha confuso il marrone-errore con il marrone frutto del castagno e ha detto "prendere in castagna". Con il trascorrere del tempo la versione popolare ha prevalso su quella dotta e si è affermata, appunto, l'espressione "prendere in castagna".
Peggio il taccone del buco. Questo modo di dire di tradizione prettamente popolare dovrebbe "esser di casa" presso i veneti. Perché? E' presto detto. La locuzione, intanto, è la variante popolare del detto "il rimedio è peggiore del male" che, ci sembra, non necessiti di alcuna spiegazione. La variante, dunque, è il termine "taccone", forma regionale veneta di "toppa" vale a dire del pezzo di cuoio con il quale si ripara (anzi: si riparava) un buco in una scarpa, con risultati estetici veramente grossolani: il rimedio, quindi, è peggiore del male, cioè del... buco.
Ti compra chi non ti conosce. L'origine di questo modo di dire - dal significato intuitivo: ti dà fiducia solo colui che non ti conosce - si rifà ad una storiella popolare di autore ignoto. Si racconta, dunque, di un certo villano, Cuccumella, ingenuo e credulone, il quale un giorno mentre attraversava un bosco in compagnia del suo asino ebbe la sventura di imbattersi in due ladroni. Questi sciolsero il somaro, poi, mentre il primo portava via l'animale, l'altro si legò la corda al collo e s'incamminò dietro a Cuccumella. Quando il pover'uomo si voltò, non vedendo più la sua bestia, chiese spiegazioni al furfante legato con la capezza e si sentì rispondere che lui era un ex galeotto appena uscito di galera. Per aver commesso un reato gravissimo era stato condannato ad incarnarsi in un somaro per un anno e un giorno. "Carissimo Cuccumella", disse il furbo ladrone, "proprio ora finisco di scontare la mia pena, lasciami andare, ti scongiuro". L'ingenuo contadino ebbe pietà e lasciò libero il lestofante. Dopo qualche giorno Cuccumella si recò al mercato del paese per acquistare un altro somaro e fra i moltissimi asini "in mostra" riconobbe il proprio compagno che gli era stato rubato. Convinto del fatto che si trattasse della stessa persona caduta ancora una volta nel peccato, si avvicinò all'orecchio del somaro e sussurrò: "Ci sei caduto di nuovo! Hai commesso qualche altro reato. Ti sta bene. La lezione non ti è bastata? Ora stai fresco, perché io non ti compro davvero. Tanto peggio per te! Ti può comprare solo chi non ti conosce!".
Perdere il proprio latino, vale a dire gettar via tempo e fatica. L'espressione fa riferimento ai tempi in cui nei processi le arringhe si tenevano in lingua latina, ritenuta indice di scienza e di sapere. Il difensore che perorava una causa già perduta in partenza riteneva, quindi, di avere sprecato la sua scienza per nulla: aveva perso tempo e... fatica.
Non distinguere i bufali dalle oche. Il senso di questo modo di dire ci sembra "lampante": non vederci bene e, metaforicamente, non capire bene le cose, non saper discernere per mancanza di intelligenza; essere ignoranti o inesperti. Il significato "principe" dell'espressione è però, potremmo dire, "essere un ritardato mentale". La locuzione nasce dal confronto dei due animali. Quindi...
Aver mangiato noci. Ecco uno dei tanti modi di dire della nostra lingua poco conosciuto ma “molto” adoperato da tutti coloro che nel corso della loro vita – loro malgrado – hanno avuto a che fare con i “mangiatori di noci” che, in senso figurato, si dice di persone che sono sempre mal disposte e di animo cattivo nei confronti di tutti quelli che, al contrario, cercano di assecondarle in tutto e per tutto. “Mangia noci”, insomma, colui che parla sempre male di tutti. La locuzione è chiaramente una metafora, vale a dire un modo figurato: le noci – è noto a tutti – fanno l’alito cattivo e di conseguenza anche le… parole che escono dalla bocca di coloro che le hanno mangiate. Il modo di dire, quindi, fuor di metafora o di sarcasmo, significa “possedere un animo cattivo” e “sparlare di qualcuno”. Un bellissimo esempio di quest’espressione – ripetiamo, poco conosciuta – si può leggere nel Cecchi: “Be’ Crezia / Tu ti sei risentita in mala tempra; / Oh sì, iersera tu mangiasti noci / Che t’ànno fatto sì cattiva lingua”.
…mangiar le noci col mallo. Sempre a proposito di noci, ci piace ricordare quest’altra locuzione, “mangiar le noci col mallo”, riferita a una persona che dice male di un’altra ancora più maldicente. Benedetto Varchi, nel suo “Ercolano”, così spiega il modo di dire (anche questo poco conosciuto, per la verità): “Di coloro che hanno cattiva lingua, e dicon male volentieri, si dice: ‘egli ha mangiato noci’, benché il volgo dice ‘noce’; e ‘mangiar le noci col mallo’ (l’involucro della noce, della mandorla e di frutti simili, ndr) si dice di quegli che dicon male e cozzano con coloro i quali sanno dir male meglio di essi, di maniera che non ne stanno in capitale, anzi ne scapitano, e perdono in di grosso”.
(Essere) Roba da chiodi. L'origine di questa locuzione che - secondo i casi - può significare "roba di pessima qualità" oppure la trattazione di argomenti strani o mai sentiti o, più spesso, un'azione spregevole e quindi da biasimare, non è chiara e certa mancando delle testimonianze sicure cui riferirsi. Fra le moltissime ipotesi, la più verosimile è che quest'espressione vada intesa, letteralmente, come "roba da chiodi"; roba adatta, cioè, solo per ricavarne chiodi. E' noto, infatti, che un tempo i fabbri adoperavano gli avanzi di ferro, i residui di altre lavorazioni, insomma materiale di scarto per fabbricare i chiodi quando questi (i chiodi) venivano lavorati a mano. In senso traslato, quindi, "roba da chiodi" si riferisce a un comportamento non corretto, quasi "spregevole" come lo era la materia di scarto con cui erano fabbricati i chiodi. Interessante la spiegazione che dà, invece, P.L. di Vassano secondo il quale il modo di dire alluderebbe ad argomentazioni insostenibili e inconcludenti; a ragionamenti che non hanno né capo né coda e, quindi, abbisognevoli di essere "rinforzati con chiodi" perché possano... "reggere".
Avere il pallino (di una cosa). Molto spesso sentiamo dire – o diciamo noi stessi – che il tale ha il pallino di una determinata cosa: che il vino, per esempio, sia sempre conservato in damigiane di una certa misura. Si usa questa locuzione, riferita a una persona che ha un “pallino”, appunto, quando con il pensiero quella persona torna sempre sullo stesso argomento. In altre parole quella persona ha un’ “idea fissa”. Questo modo di dire si può collegare – con molta probabilità – al gioco delle bocce. Gli amici “cibernauti”appassionati di questo “sport” sanno benissimo che per avere partita vinta il giocatore deve accostare la boccia il più vicino possibile al “pallino”. Di qui, per l’appunto, il significato di pallino come “idea fissa” verso la quale converge sempre la mente umana. Di significato affine l’espressione “essere il chiodo fisso di qualcuno”, vale a dire l’idea fissa attorno alla quale convergono sempre i pensieri di una persona, come il nottolino, cioè il perno che gira attorno al chiodo, appunto.
Di punto in bianco. Quando si adopera quest’espressione e perché? Si usa quando si vuole mettere in evidenza un fatto accaduto improvvisamente senza avere avuto il tempo di rendersi conto di quanto successo e, di conseguenza, reagire.
L’espressione è tratta dal linguaggio dell’artiglieria francese ed era adoperata per mettere in rilievo il fatto che il pezzo d’artiglieria – il cannone – veniva sparato con alzo uguale a zero su un punto (but) segnato su un bersaglio (bianco). Poiché l’indice del congegno di puntamento non segnava alcun valore e il tiro era possibile solo a distanza ravvicinata, il colpo aveva il grosso vantaggio di essere improvviso e imprevedibile visto che non richiedeva alcuna preparazione né calcoli preliminari. In senso figurato, quindi, si usa questa locuzione per indicare l’improvviso svolgersi di un’azione o per mettere in evidenza il comportamento tenuto da una persona la quale, durante una discussione, demolisce le argomentazioni addotte dal suo interlocutore, senza salvare nulla, “radendo” tutto al suolo, insomma “sparando a zero” su tutto e su tutti.
Con lo stesso significato si adopera l’espressione “battere in breccia”, proveniente anch’essa dal gergo militare: far convergere il fuoco dei vari pezzi di artiglieria in un unico punto per aprire, per l’appunto, una breccia.
Figuratamente, quindi, controbattere le argomentazioni del proprio interlocutore senza dargli respiro, proprio come si fa quando si apre una breccia.
Essere in bolletta. Per trovare la spiegazione di questo modo di dire che – come tutti sanno – significa versare in precarie condizioni economiche, non avere una lira, anzi un euro, occorre prendere il discorso alla lontana e soffermarci sull’ebollizione dell’acqua. Dell’acqua? Ma cosa c’entra l’acqua con i soldi? Lo vedremo subito. La bolletta, in senso lato, è il diminutivo di bolla: quel rigonfiamento che fa l’acqua quando… bolle. Si chiamò, quindi, bolla (latino ‘bulla’) qualsiasi cosa tondeggiante e rigonfia. Per la medesima ragione si chiamò bolla il sigillo in ceralacca, in modo particolare quello che i re e i papi applicavano sui loro atti ufficiali: si ebbero, così, le bolle imperiali, le bolle regie e quelle papali. In seguito si chiamò bolletta (piccola bolla) qualunque documento emanato dagli uffici pubblici: bolletta del telefono, bolletta del gas, bolletta della luce e via dicendo. E siamo così, giunti, all’origine dell’espressione “essere in bolletta”. Poiché anticamente c’era l’usanza di esporre in pubblico la lista dei nomi (bolletta, documento emanato da una pubblica autorità) di coloro che erano falliti, in teoria, quindi, privi di denaro, è nata la locuzione “essere in bolletta”, essere cioè sulla lista di coloro che per svariati motivi versano in condizioni economiche disagiate.

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