Chat assassina

di Sabato Bufano


Io e Terry passeggiavamo come al solito, quella sera, nella piazza del paese. Attente ad eventuali sguardi dei ragazzi. Eravamo lì per acchiappare, come al solito. Nessuna di noi aveva uno straccio di ragazzo. Uscire da sole non ci andava. Volevamo a tutti i costi un ragazzo e il piccolo paese dove abitavamo offriva pochi spazi: solo quella piazza, con lo struscio solito. Ma già sapevamo come sarebbe andata a finire: anche quella sera sarebbe andata buca. Saremmo tornate a casa con la coda tra le gambe. Non eravamo belle, nemmeno “bone”, e nemmeno disposte a compromessi. Le nostre amiche sì, loro erano “accondiscendenti”, ci raccontavano le loro storie d’amore e di sesso. Facendoci crepare d’invidia. Non si facevano tanti problemi, loro. Alla seconda uscita con un nuovo ragazzo già finivano in una macchina, in un luogo appartato. Noi no. Noi sognavamo una storia d’amore bella, pulita. E così portavamo i nostri diciotto anni ogni sera in piazza, con la speranza di incontrare il ragazzo della nostra vita. Quella sera ci annoiavamo parecchio. Io e Terry, Terry e io. A chiacchierare. E sognare.
Terry ad un certo punto propose: “Andiamo a prenderci qualcosa?”
“OK, andiamo, tanto qui non ci fila nessuno!”
Mi portò in un nuovo localino che avevano aperto da poco, un “Chat café”.
“Terry, che cos’è un Chat Café?”
“Mah, non so. Mi sembra sia un posto tipo pub. Dove ci si collega anche a Internet”
“Internet? Ma in un locale si beve qualcosa, si incontrano persone! Cosa c’entra Internet?”
“Boh! Andiamo e vediamo!”
Ci intrigava quella novità, in un paese in cui non succedeva mai niente. Almeno a noi.
Entrammo e ci avviammo al bancone.
Prendemmo due frullati e ci guardammo intorno. C’era tanta gente. Molti erano incollati a dei monitor disposti intorno alle pareti.
“Come funziona?” chiese Terry.
“Andate a una postazione libera. È facile! Poi passate alla cassa” le rispose il ragazzo al bancone.
Avevamo visto Internet qualche volta a scuola. Non eravamo certo esperte. Io avevo il computer da qualche giorno, regalo di papà per il diploma. Ma ci avevo solo giocato un po’.
Nella postazione accanto alla nostra, una ragazza bionda scriveva messaggi e qualcuno le rispondeva. Comparivano sulla maschera scritte di risposta ad ogni cosa che lei scriveva.
“Cos’è?” le chiese Terry.
“La chat!” le rispose la bionda.
“Come funziona?”
“Semplice. È un modo per scambiare quattro chiacchiere con persone conosciute su Internet”
“Conosciute su Internet?” chiesi perplessa.
“Sì, ti scegli uno tra le persone collegate e cominci a chiacchierare. Ce l’hai un nick?”
“Un cosa?“
“Un nick, un nome finto, uno pseudonimo. Mica vorrai collegarti col tuo nome e cognome?”
Io e Terry ci guardammo un attimo e subito ci venne l’idea.
“Per la chat noi saremo ‘Nonsisamai’” proposi a Terry.
“OK, mi piace!” approvò lei.
Detto fatto, ci collegammo. Il nostro sguardo curioso andò subito ai nick collegati. Ce n’erano di tutti i tipi, alcuni erano inequivocabili sulle intenzioni o desideri dei loro possessori.
Accanto ai teneri ‘Cucciolo’, ‘Scricciolotuo’, ‘Piccolococco’, c’erano i promettenti ‘ParadisoItalia’, ‘SogniImprudenti’, ‘Esplosivo72’. Per non parlare degli inequivocabili ‘Toro74’, ‘Latuaverga’ o ‘Mandrillo26’.
Dopo alcuni momenti dedicati a scorrere l’elenco e a decidere una scelta sicuramente difficile, ci collegammo con un rassicurante ‘Dolcevita27’.
“Ciao” scrivemmo nell’apposita maschera.
Ci pareva banale come approccio, ma forse era il più semplice e diretto. Dopo alcuni secondi di silenzio dall’altra parte, ecco apparire un “Ciao. Chi sei?” di risposta.
“Mi chiamo Nonsisamai!” replicammo. Non ci sembrava il caso di dichiarare subito i nostri nomi.
“Tu chi sei?”
“Dolcevita27!” ci rispose il nostro nuovo amico, rendendoci pan per focaccia.
“Di dove sei?” chiedemmo.
“Provincia di Mi. Tu?”
“Provincia di Bs”. Forse in chat si usa parlare per sigle, pensammo.
“Ah, siamo vicini!” fece lui.
“Quanti anni hai?”
“27, non l’hai capito dal nick?” mi rispose.
“Non ci avevo pensato. È la prima volta che mi collego” mi giustificai.
“Tu quanti anni hai?”
“Diciotto” dichiarammo.
“Che ci fai davanti a un computer di sabato sera?” fece lui.
“Invece di essere in giro a folleggiare?” continuò.
Aveva ragione. Ma non volevamo dirgli della nostra noia e della nostra solitudine.
“Veramente sono in un locale. Con un gruppo di amici. E ci stiamo divertendo un sacco!” mentii.
“Tu invece? Anche tu davanti ad un computer?” replicai.
“Sono a letto influenzato” dichiarò lui.
La cosa ce lo rese immediatamente più vicino. E simpatico.
“Sei solo?” chiesi ingenuamente.
“Sì” replicò lui.
“Cosa fai nella vita?” chiese.
“Studio. Università” mentii, per rendermi più interessante. In realtà ho lasciato la scuola, dopo il diploma. Sono ragioniera, ma faccio la cassiera in un negozio di abbigliamento.
“Io mi sono laureato l’anno scorso. Ingegneria” replicò lui.
“E nel tempo libero che fai?” incalzò ancora.
“Mah, leggo, vado al cinema, a ballare, viaggio. Mi piace molto viaggiare!”
“Dove sei stata di bello?”
“Mah, America, Spagna, Grecia, Inghilterra, …”. Ormai raccontavamo balle a ruota libera. Lui non aveva modo di controllare, per cui il gioco di renderci interessanti a tutti i costi diventava ogni momento più divertente.
“Caspita! Sei una giramondo!” replicò lui.
La serata continuò chiacchierando del più e del meno. Dopo un paio d’ore ci lasciammo, contenti di averci fatto compagnia. Questo nuovo gioco, così lo consideravamo, ci era piaciuto. In cuor mio pensai che l’indomani l’avrei richiamato, dal mio computer di casa. Ci era sembrato un tipo interessante. E poi non si sa mai!
Quella notte dormivo e sognavo. Chissà com’era? Che faccia aveva? Era carino? Aveva una ragazza? Una cosa era certa: quel nuovo gioco poteva rompere la monotonia delle nostre serate. Poteva farci conoscere nuovi ragazzi, non i soliti noiosi del paese. L’incontro avveniva tramite un computer, ma che importava? L’importante era incontrare nuova gente. Raccontarsi. E farsi raccontare. E poi chissà? Non si sa mai! Mi svegliai presto, quella domenica mattina. Con un pensiero fisso. Accesi il computer. Mi collegai a Internet. Aprii la chat. Cercai febbrilmente nell’elenco dei nick collegati. ‘Dolcevita27’ non c’era. Guardai l’orologio. Le sette e dieci. Bé, era ragionevole che non ci fosse. Gli lasciai un messaggio. E un appuntamento in chat.
“Ci sentiamo più tardi, alle dieci, OK?”
Mezz’ora dopo mi chiamò Terry.
“C’è un sole niente male fuori. Andiamo a fare un giro?” propose.
“OK. Ma per le dieci devo essere a casa”
“Perché? È successo qualcosa?” si stupì lei, meravigliata per la novità. Le nostre uscite domenicali certe volte duravano tutto il giorno. Niente di particolare, si andava a zonzo. Questo rientro così subitaneo era un fatto nuovo.
“No, no. Niente. Mamma ha bisogno di una mano in casa” mentii.
Terry non rimase molto convinta. Di solito non aiutavo in casa: trovavo sempre un sacco di scuse per evitarlo. Uscimmo. Ma ero distratta e assente. Il mio pensiero correva all’appuntamento in chat. Questa mia assenza certamente insospettì ancora di più Terry. Ma non volli dirle la verità. Un po’ perché mi vergognavo. E un po’ perché volevo tenere tutta per me quell’occasione. Non si sa mai! Alle dieci meno cinque mi stavo già collegando in chat.
‘Dolcevita27’ aveva letto il mio messaggio? E se l’aveva letto, cosa aveva pensato? Era incuriosito? Una folla di pensieri mi attraversava mentre il modem faceva i suoi soliti fischi per collegarsi. Ecco la maschera che si apriva. Apparve la lista dei nick. Cercai febbrilmente. Eccolo! ‘Dolcevita27’ era lì! Lo chiamai immediatamente.
“Ciao ‘Dolcevita27’!”. Nessuna risposta.
“Ci sei?” riprovai.
Attesi alcuni minuti: lui non rispondeva. Si era forse allontanato dal computer? O stava già chiacchierando con qualcun altro? Possibile che non aveva letto il mio messaggio? Un’ombra di delusione oscurò il mio viso. Forse non era interessato a me. Forse il nostro primo incontro della sera prima lo aveva deluso. Forse in quel momento stava chattando con una ragazza molto più interessante. Pensavo a tutte queste possibilità, con la faccia incollata al monitor, quando ecco la risposta!
“Ciao ‘Nonsisamai’”. La scritta tanto agognata comparve sul monitor.
“Come stai?” s’informò lui, gentile.
“Bene! Hai letto il mio messaggio?”
“Sì. Mi ha fatto piacere. Sai che mi ricordavo di te? Ieri sera abbiamo fatto una bella chiacchierata!”
Ero emozionata. Si ricordava di me. Non ero passata inosservata!
“Cosa fai oggi?” mi chiese.
“Bé, non abbiamo ancora deciso. Penso che andremo a fare un giro sul lago”
“Andremo? Con chi vai?”
“Bé, io col mio gruppo. Siamo una bella compagnia di amici” mentii.
“Quale lago?”
“Garda. È qui vicino! C’è un ristorantino niente male. Poi a zonzo. Tu invece che fai?”
“Lavoro. Questo week-end mi tocca lavorare”
“Che lavoro fai?”
“Sono ingegnere. Sto lavorando al progetto di un grattacielo a Milano”
Rimasi un po’ intimidita. Doveva essere una persona seria. E istruita. Mi sentivo piccola piccola davanti a lui. Anche se gli avevo detto che studiavo all’Università. Ma lui non sapeva che ero solo una commessa.
“Hai un ragazzo?”
La domanda mi colse un po’ di sorpresa.
“Sì”, mentii ancora una volta.
“Lo ami?”
“Sì” gli dissi, un po’ seccata da queste domande che diventavano personali. In fondo lui era ancora uno sconosciuto!
“E perché cerchi altre persone in chat?”
Già, perché? La sua domanda non faceva una grinza. Pensai a qualcosa di intelligente con cui rispondere. Ma non mi venne nulla.
“Bé, perché … perché mi piace conoscere altre persone”, risposi banalmente.
“Hai mai incontrato qualcuno conosciuto in chat?”
Questa volta rimasi veramente interdetta. Immaginai dove voleva andare a parare. E cosa gli avrei risposto, in quel caso?
“No, non ho mai incontrato nessuno. Sono in chat da poco”
Dopo averla scritta mi accorsi che quest’ultima frase gli avrebbe offerto lo spiraglio giusto.
“Ti andrebbe di incontrarci?” propose lui puntualmente. Era andato a parare dove avevo immaginato. E gliel’avevo offerta su un piatto d’argento.
“Non mi sembra il caso. Ci conosciamo appena!” mi difesi.
“Bé, incontrarci davanti a un caffè sarebbe l’occasione per conoscerci meglio!” continuò a insistere.
“Non … so” balbettai io. Non so come si faccia a balbettare scrivendo, ma il mio stato d’animo era quello. Da un lato l’offerta mi stuzzicava. Lui mi sembrava un ragazzo interessante. Ben altro rispetto a quelli del paese. Dall’altro avevo paura. Non sapevo chi era. Non lo conoscevo. Sarebbe stata una forte delusione se si fosse rivelato diverso da come lo immaginavo, incontrandolo.
“Dove vai all’Università?” mi chiese, rompendo il mio silenzio.
“A Milano”. Mi pentii subito dopo averlo scritto. A parte che non era vero, ma Milano era proprio la sua tana.
“Bene, potremmo incontrarci all’Università! Facciamo domani mattina?”
“No … no. Domani non ci vado”. Cercai di aggrapparmi a qualcosa.
“Meglio! Così possiamo stare insieme!”
Ero tentata. Avevo paura, ma ero tentata. Mi feci coraggio.
“OK” scrissi. Se l’avessi detto a parole, l’avrei detto con un filo di voce.
“Però non all’Università”. Non mi sembrava il caso. Non c’era nessun motivo per incontrarci davanti ad un’Università. Era un mondo che non mi apparteneva.
“E dove?”
“Non so”
Fu lui allora a condurre il gioco.
“Come vieni a Milano?”
“In treno”
“Bene. Ci vediamo all’uscita della Stazione Centrale. Angolo a sinistra. La zona dei taxi. A che ora arrivi?”
“C’è un treno che arriva alle 10.30”
“Bene! Alle 10.30 sarò lì. Come ti riconosco?”
“Boh!”, non sapevo che dirgli. Poi mi venne in mente il foulard.
“Avrò al collo un foulard rosso col bordo bianco”
“Benissimo!” fece lui.
“Ora devo andare” scrissi dopo aver guardato l’orologio. Era mezzogiorno. Erano due ore che chattavamo.
“A domani. Conterò i minuti. Ciao” mi salutò lui.
“Ciao. A domani”.
Chiusi il collegamento. Avevo fatto una fesseria? Forse sì. Ero stata un’incosciente? Forse sì. Ma non me ne importava. La novità era troppo eccitante. Certo che un appuntamento al buio, senza conoscersi …
La mattina dopo ero in treno, il foulard bianco e rosso al collo. Durante la notte avevo anche pensato di non andarci. In fondo non mi conosceva, non avrebbe potuto mai rintracciarmi. Ma la curiosità e la tentazione avevano avuto il sopravvento sulla razionalità e la prudenza. Alle 10.30 il treno arrivò, puntualissimo. Uscii dalla stazione. Andai verso il luogo concordato. C’era tanta gente, come al solito. Cercai istintivamente con lo sguardo. In realtà non avevo nulla da cercare, non avevo segni particolari suoi. Ad un tratto qualcuno mi sfiorò leggermente.
“Nonsisamai?”, chiese.
Mi voltai. Aveva forse trenta anni. Non era male.
“Sei ancora più carina di quanto avevo immaginato!” esordì lui.
“Vieni?” propose.
“Dove?”
“Ho la macchina qui vicino” disse lui con aria innocente.
“Non possiamo fare un giro a piedi e prendere un caffè?” ribattei. Non mi sembrava prudente, la macchina.
“Cos’è, hai paura?”, mi canzonò lui, sorridendo. Quel sorriso mi rassicurò. Lo seguii verso la macchina. Salìì. Solo quando partì sfrecciando mi accorsi che nella macchina c’erano altre persone.
“Chi sono?” chiesi stizzita.
“Amici miei” tagliò corto lui.
“E che ci fanno qui?”. La paura stava montando.
“Vedrai!” fece lui.
Volevo scendere, uscire, scappare. Ma lui bloccò la sicura delle portiere. Andò verso la periferia. Intanto i due dietro mi guardavano. Con occhi niente affatto rassicuranti. E lascivi. Arrivammo in un posto isolato. Sconosciuto. E lì mi lasciarono. Dopo che avevano fatto a turno col mio corpo. Quei bastardi. E dopo avermi finito con una coltellata al cuore.


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