Paola

Racconto breve.
Partecipazione al concorso di scrittura "La libertà"

Tiziana Brancato


E' caldo, molto caldo, e Paola è piccola.
Il corpo minuto, sottile, gli occhi grandi, i capelli corti.
E' tranquilla Paola, di lei ci si può fidare.
La mamma la manda spesso a fare piccole commissioni, sa pagare e riportare il resto, non si perde a rincorrere farfalle o a inseguire le piccole lucertole che d'estate bivaccano sui muretti assetate di calore.
Cammina veloce, un passo dietro l'altro, attenta a non sfiorare le righe del marciapiede.
Non è facile come sembra. Paola ha iniziato per gioco un giorno, e non è più riuscita a smettere.
Bisogna evitare i tombini, le crepe del cemento e quelle piccole arricciature dell'asfalto che ricopre il marciapiede. Sembra incapace di stare fermo, come ribollisse di una forza sotterranea e misteriosa.
A Paola piace andare in latteria, con la bottiglia di vetro da un litro che la lattaia Marisa riempie con il mestolo. Il latte, bianco e cremoso, scivola tra il vetro spumeggiando. Quando la schiuma è troppa Marisa aspetta un po', poi ne aggiunge ancora, fino all'orlo.
Oggi Paola indossa il suo vestito preferito, a pois grandi e colorati, che le ha cucito la zia, quella che fa la sarta. Peccato che sia cresciuta tanto dall'estate scorsa, così il vestito è salito lungo le gambe e tra poco non potrà più usarlo.
Peccato.
Cammina veloce, ma dal macellaio non vorrebbe andare.
Ogni volta che la mamma la manda cerca una scusa, un pretesto, annaspa alla ricerca di un motivo che a volte non arriva.
Sale i tre scalini, entra spostando la tenda di plastica vecchia e incolore.
E' buia e sporca la macelleria, con un ventilatore a pale sul soffitto che non serve neanche ad allontanare le mosche.
Che schifo le mosche, su quella carne orribile, dall'odore dolciastro, sanguinante.
Ecco il macellaio, l'antipatico macellaio con le mani appiccicose, il grembiule macchiato e quella grossa testa pelata.
"Ciao Paola. Era un po' che non venivi."
"Sono stata al mare. Voglio quattro bistecche tagliate sottili."
"Sei stata poco al sole, non sei mica tanto nera."
Esce dal banco, si siede alla cassa.
"Ho la pelle bianca, mi brucio subito."
Paola cerca i soldi, veloce. Con la coda dell'occhio guarda già la porta, impaziente.
"Aspetta fammi vedere."
Gira intorno alla cassa, grasso, bovino.
Le mani tremano forte mentre sollevano il vestito a pois grandi e colorati, il suo preferito, abbassano le mutandine di cotone bianco, come il latte, che a Paola piace tanto. Si intrufolano, toccano.
E' un sogno, un brutto sogno, di quelli in cui non ci si può svegliare.
Paola non respira, è una statua. Le statue non corrono, non urlano, non chiedono aiuto.
Lui respira sempre più forte, come se corresse, trema tutto, è grande, immenso, puzza di carne marcia, di sudore acido, di putrefazione. Le mani grandi e sporche stringono, fanno male.
Paola sente il suo sudore sulla faccia.
Ma è una statua adesso.
Le statue non corrono, non urlano, non chiedono aiuto.
Toc, toc, toc.
Il rumore delle pale sul soffitto assomiglia al cuore di Paola. Pulsa come un tuono nelle orecchie.
Non servono neanche a tenere lontane le mosche.
Toc, toc,toc.

Corri Paola, corri. Più forte, ancora più forte, non girarti, non guardare. Corri. Non voltarti, non cadere. Più forte, ancora più forte. L'aria ti spacca i polmoni, il cuore pulsa, ma tu corri Paola. La strada è breve, ce la puoi fare. Devi correre, non c'è più niente. Nient'altro che correre. E' caldo, molto caldo. Ma tu corri Paola, corri.
I mostri non aspettano.


Questo luglio non finisce mai.
Antonio guarda la carne nel banco. Da qualche giorno langue mollemente adagiata sul marmo, è troppo caldo e viene sempre meno gente. Cosa fare di quelle fiorentine ormai scure? Si vede che sono vecchie, il grasso è giallo e nessuno le vorrà più comprare. Soprattutto la Malossi.
Ogni volta che viene è una storia.
"Quel macinato che mi ha dato ieri puzzava. Cosa ci ha messo in mezzo, dei topi morti?"
Non parliamo della Tina.
"Le bistecche sono dure, la salsiccia è troppo grassa."
Sarai magra tu, con quella pancia che penzola a rotoli. Neanche la pancetta ci farei. Mi piacerebbe vederla, senza quel grembiule a fiori. Quella lì non è buona neanche da portare a letto. Però mi piacerebbe, darle quattro bei colpi in quel culo. E' troppo grassa anche questa di salsiccia?
A nessuno va più bene niente. Siam buoni tutti a lamentarci. Cosa ne sanno loro di Antonio, delle mattine al mercato, la carne da scegliere. Deve costare poco, se no chi le sente quelle là. Ci arriva anche un cretino, se costa poco sarà anche più cattiva. E' tanto difficile da capire?
Ma loro no, solo capaci di lamentarsi. Qualcuno gli dà anche del ladro. Ladro. A lui. Mica la ruba Antonio la carne, al mercato si paga. Soldi, soldi buoni.
Qualcosa dovrà pur anche guadagnare se sta tutto il giorno lì da solo.
Che caldo. Quelle maledette pale sono buone da bruciare, altroché. Non fanno aria, buone giusto da bruciare.
Neanche la Gazzetta stamattina. Il giornalaio, quello sì che fa i soldi, è al mare. Chiuso. Mica come Antonio tutto il giorno lì da solo a guardare la carne che diventa vecchia. Domani sarà tutta da buttare.
Oh, ma guarda chi c'è, la Paola, la Paolina.
E' cresciuta la Paolina, guarda come è più grande. Ti crescono sotto gli occhi che neanche te ne accorgi.
E tu guarda come le mandano in giro, con quei vestiti che coprono appena le mutandine. Poi un bel giorno uno perde la testa e ce li ha tutti contro. Copritegliele quelle gambe, è tanto difficile da capire? Te le dò, te le dò le tue bistecchine, altro che bistecche ti darei.
"Ciao Paola. Era un po' che non venivi."
"Sono stata al mare. Voglio quattro bistecche tagliate sottili."
"Sei stata poco al sole, non sei mica tanto nera."
"Ho la pelle bianca, mi brucio subito."
Come sarà quella pelle, lì sotto, dov'è bianca.
E' caldo, molto caldo. Questo luglio non finisce mai.
Antonio suda, gronda. Quella pelle, quella bianca, mai accarezzata dal sole.
"Aspetta, fammi vedere."
Le solleva il vestito, piano, non bisogna spaventarla, piano, altrimenti si mette a urlare.
Ha le mutandine bianche, strette, faticano a scendere. Senti come è liscia, morbida, che profumo.
Adesso me la porto di là. No, dopo. Fammi sentire ancora, aprile quelle gambe, non farmi arrabbiare. E' lì, in mezzo che devo arrivare.
Ti piace, eh? Guarda come è brava, si lascia far tutto.
Fa la brava, non urlare o le prendi. Sta ferma, ferma, non scappare che dopo ti lascio andare. Non ho ancora finito, sta ferma boia di un dio.
Paola è fuori, Antonio sulla porta.
Tutto il giorno lì da solo, a guardare la carne che invecchia .

Paola pedala.
Conosce bene quella strada, in bicicletta si vedono un sacco di cose che in macchina scorrono veloci. E poi si può pensare, come quando si fa la cacca. I pensieri illuminanti le vengono sempre così, pedalando o seduta sul cesso. C'è un nesso?
Occhio, lì c'è una buca. Pensare va bene, ma è meglio non ammazzarsi.
Una macchina, dall'altro lato, sfanala con convinzione, insistentemente, da lontano.
Che c'è che non va? La polizia? Chi se ne frega. Non sono mica in macchina con le cinture da allacciare. Ho una ruota sgonfia? Mi penzola il fanale?
Mentre si incrociano, Paola da una parte, la macchina dall'altra, guarda l'uomo al volante, aspetta un gesto che le faccia capire.
Le mostra una bella lingua lunga, la bocca ben aperta, gli occhi rapiti. La muove veloce come un serpente nervoso.
Un attimo, e la macchina è già lontana, portando via con sé quella lumacona sgocciolante.
Ah, ecco, mi pareva.
Paola pedala.
Forse sono matti. Come fa una persona normale a fare una cosa così cretina? Vieni bellone, fammi vedere ancora quella lumacona appiccicosa. Come mi piace, sono tutta un bollore. Vieni più vicino, tirala fuori, di più, ancora, falla arrivare al mento e sbrodolare bava filante sulla camicia.
Zac.
Fine del gioco.
Ma a qualcuna piacerà per davvero? Forse sono matta io. E dire che ho i capelli sporchi, non mi sono neanche truccata. Vuoi mai che vada dal dentista col rossetto, così si spalma ben bene sui suoi guanti immacolati da chirurgo? L'impermeabile è chiuso, ben abbottonato fino al collo. Ho i jeans e gli scarponcini beige. E' così tanto che li uso che tra un po' avranno i buchi sotto le suole. E' che i tacchi in bicicletta non sono il massimo della gioia.
Dunque che cos'ho di così terribilmente, irresistibilmente, provocatoriamente sensuale da scatenare la fuoriuscita ardente di quella magnifica linguona?
E' questo che mi sfugge.
"Basta che respiri"
Respirare respiro. E' dura pedalare in apnea, ma è davvero sufficiente?
E' questo degli uomini che non capirò mai? Non capisco. E mi fa paura. Questo loro eccitarsi in modo completamente indipendente dalla mia volontà. Mi lascia attonita, come quando ero piccola.
L'ho capito solo ieri. Alla buon'ora, ho quarantadue anni e due figli.
"Non è mai troppo tardi", recitava un'antica trasmissione televisiva. Sarà vero?
Cosa fa quel camion? Dio, è pazzo. Mi stringe contro il marciapiede. Lo scemo non mi ha visto è ha deciso di accostare. Che dio me la mandi buona (e senza mutande, aggiungono a Roma).
"Ma brutta testa di cazzo, non ci vedi?"
I passanti la guardano tutti. La solita bella figurina da principessa decaduta quasi caduta.
Va meglio così?:
"Scusi signor plantigrado cerebroleso, le dispiacerebbe stare un po' più dalla sua parte evitando di ridurmi a una frittella spiaccicata sul marciapiede, come un escremento di piccione?"
Altro che sport estremi. Venti minuti di bicicletta al giorno tolgono il medico di torno. Rinforzano il cuore, evitano i ristagni di circolazione, aumentano le capacità respiratorie. Se sopravvivi.
Paola pedala.
A cosa stavo pensando? Ah già, agli uomini.
Viene da lontano quella paura, e non mi è mai passata. Da quella maledetta prima volta. Da quella volta che quel porco di un macellaio mi ha infilato le mani nelle mutande, a sette anni.
L'ho detto.
Finalmente l'ho detto. Quel porco di un macellaio.
L'ho sempre chiamato il "mio macellaio". Mio. Il macellaio di Paola.
Cosa aveva di mio quell'essere ripugnante, sempre sporco, puzzolente di carne fetida. L'ho fatto mio, il mio peso, la mia colpa. Ho dovuto, brutto porco schifoso. Brutto porco schifoso.
Non solo perché hai infilato le tue luride dita insanguinate nelle mie mutande bianche, ma per quella paura che mi ha scavato come un cancro, senza che neanche me ne accorgessi, coperta da una trapunta così spessa che ci ho messo quarantadue anni a sollevarla.
Che pena quella bambina che non vedrò mai più, con quel vestito a pois colorati.
Era bellissimo, non era affatto troppo corto.
Per quel vestito ti uccido.
Ti sgozzo, come un bue, come quei quarti di bue che penzolavano nel tuo negozio appesi a un gancio, con le ossa bianche. Come le mie mutande. Ti taglio la gola e sporco le mie di mani. Voglio vederle grondare, voglio che il tuo sangue mi inondi, voglio berlo. E sputarci sopra. Alla tua carcassa schifosa. E appenderla al gancio. E rimanere a guardarla coprirsi di mosche.




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