Calipso

di Annalisa Rossi


Te, grande dea bianca, pòtnia méter, silenzio di basilico e olivo. Te, nascosta, spodestata, ancorata polena d’isola, che s’inabissa nel Tempo, quale dio, dagl’occhi di ramarro o serpente, ti lasciò a guardar nubi e mare in un deserto d’amore?
A chi canti il mattino in una malinconica nenia di glicini viola?
Ti ergi nel Sole: aspetto tremendo in numinosità di dea, montagna di specchi albastrini, profilo d’ardesia, bianca purezza di vergine antica.
Sorridi, le trecce gettate sui seni, coppe di magnolia.
Sorridi, vibrante, al mattino, occhi di definitivo cristallo.
Grande meretrice di Bal, l’amore l’hai avuto altre volte: ogni giorno s’accende di nuovi brividi santi. Hai aperto le gambe a tutti i destini, acclamata da tutti i maestri.
Sorridi, esaltante, nel bianco-glauco del mare, le labbra d’argento di Elena, appena rapita, son tue. Son tue le mani di rosa di Cleopatra, che ungevano d’oro il corpo di Cesare Magno. D’avorio la voce d’ Isotta, adultera senza vergogne, è la tua. E’ tuo lo sguardo di vento della d’ Este Isabella, che rapinò un cardinale. Lo sguardo di foglie autunnali d’Artemisia pittrice è il tuo. E’ tuo il sesso di giallo tulipano di Josephine che imperò Napoleone.
Un attimo solo: e quell’uomo?
Ricordi, signora di sabbia?.....quell’uomo!??.
Era uno come tanti.
Arrivò fino a te dalla croce del Sud. Fino a te. Arrivò in un giorno di sale e di mare, di caldo e memorie, di siesta e di grilli.
Andasti a vederlo. Normale. Assolutamente normale, cuore naufrago e sale, su un corpo abbruciato. Normale. Incredibilmente normale,mente fredda e alghe, su capelli di onde.
Alzò gl’occhi dal tronco cui stava aggrappato- stan sempre aggrappati ad un tronco, gli uomini- e ti vide, cozzando con gl’occhi sopra il tuo duro splendore.
Vento fermo.
Ma quanto ti palpitò il cuore, a vedergli quegl’occhi?-Caterina la Grande si prese anche il più giovane ussaro-.
Oppure ti si addormentarono i seni?- Elisabetta, l’inglese, sopportava solo i pirati-.
Lui ti guardò, deciso, ma stanco, con tutta la stanchezza del mondo.
Fu, forse, il lapislazzulo della sua indicibile passione, senza radici, che ti portasti al monte?- Dalila, l’ebrea, cuciva coperte coi crini di Sansone-
Dopo, ricordi?
Cullasti da sola i suoi fianchi onerosi per anni: tu, la donna di sole, che portasti i francesi fin dentro Orleans, che da sola, allora Matilde, costringesti nella neve un impero.
Lui ti rispose gemendo tristezze, languidezze di uomo-AH!, mio Enrico! : E’ già tanto se non ti faccio tagliare la testa!-
Risanasti da sola il suo sangue di piombo pesante con baci e chicchi d’amor voluttuoso- regina Vittoria, governasti un impero-
L’amasti. Come sa amare una donna, quando non cerca né scienza né ombra- Manon, gelida mano, riuscì ad unire l’eterno all’amore-
E tu, la grande, l’immota che sprofonda nel Tempo, gli offristi d’esser rumore di sole al tuo petto. Avventata Calipso!!!! Hai raccolto una vita in tela di ragno.
Troppo amore!!! Così non volle restare.- Marylin bionda s’uccise per John con pastiglie di resina scura-
La storia poi disse che t’ordinarono di farlo partire. -ma fu Orfeo a girarsi o Euridice a scappare?-.
Se ne andò, impacciato e guardingo: era un uomo, un uomo normale.
Molto tempo è passato. raccogli i pensieri, rugiada notturna, o Calipso, nascondi i momenti del sogno.
Da tanto tempo t’han detto ch’è morto.
Altera passasti tra minuti di gloria, Mata Hari e Curie Maria.
Un sospiro ed un mondo.
Ma qui solo l’attimo conta e tu canti un tramonto che è alba.


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