Collie

di Marina Clementi


Non piange. Tiene gli occhi bassi, con insistenza. Tra le ciglia nere vedo il luccicore scuro della lacrima che non scende. La piccola gola si contrae per lo sforzo di trattenerla, e la mano sinistra tiene il polso cicciotto in una stretta convulsa.
"Ti fa tanto male?", le chiedo.
Fa "no" con la testa, le labbra imbronciate, serrate perchè non tremino.
Volta le spalle al cane, dietro le sbarre larghe del cancello. E' sempre stato suo amico, lo sarà ancora. Adesso, però, non vuole guardarlo.
"Mi fai vedere?".
Mi porge la manina docilmente, senza cambiare espressione, sempre con la gola stretta ad ingoiare grosse lacrime nere. Ha ancora le fossette sulle nocche, e sul polso, appena sotto i braccialetti delle pieghe delicate, un segno leggermente rilevato, che non sanguina.
Il cane non ha affondato i denti, o forse lei è stata svelta a ritrarre il braccio. E' solo un graffio.
Di solito piange, quando si fa male, uno sconfinato pianto infantile che riesco sempre a consolare. Questa volta no, questa volta non vuole consolazione: non riesce ad accettare quello che è successo.
Non dice una parola, la diga potrebbe crollare: cerco di scuoterla, di farle liberare la tristezza, la delusione bruciante del tradimento subito.
L'abbraccio, ma lei gira la testa, decisa a resistere.
"Piccola, non è stata colpa tua: è solo un cane, aveva il cibo in bocca e si è spaventato...".
Fa cenno di sì; non vuole cedere, la piccola guerriera.

Riprendiamo la strada verso l'asilo. Stretta al mio fianco, cinguetta, parlando d'altro.
Sembra tutto passato, ma la conosco: conosco la sua caparbietà, la forza con cui trattiene tutto ciò che veramente la colpisce.
Prima di salutare la maestra mi tira per la manica e mi sussurra: "Non dirglielo, mamma".
Non posso. Non voglio che quella pena le ristagni dentro, si gonfi come il piccolo graffio sul polso, asciutto come i suoi grandi occhi scuri.
"No, tesoro: dobbiamo dirglielo, e dobbiamo anche disinfettarti. Vieni."
Mentre parlo brevemente con la maestra, sento il peso degli occhioni severi.
"Fammi vedere", la donna le prende la manina, "Oh, adesso lo disinfettiamo".
"Con quella cosa che brucia?".
"Ma no, lo sai che noi abbiamo il liquido magico! Su, da' un bacio alla mamma, adesso".
Merito del disinfettante o del sacro balsamo della confessione?
Dai suoi occhi è sparito quel terribile sguardo adulto, e il suo abbraccio è morbido mentre mi schiocca sulla guancia un bacione bagnato.
L'abbraccio forte e le parlo piano, tra i capelli arruffati sull'orecchio.
"Hai visto? Adesso passa tutto. E se ti viene da piangere, piangi pure, tesoro, ti farà bene."
Fa di sì, ancora; so che non piangerà, ma neppure tratterrà il dolore, la vergogna, la delusione.
Si è chiusa la porta sul mondo dei grandi: finalmente il segreto non c'è più, il nodo si è sciolto, il cuore ha di nuovo cinque anni.
C'è ancora un piccolo graffio, ma passerà, come passerà quello sul braccio.
Resteranno solo due cicatrici gemelle, che si faranno sempre più lievi, trasparenti.
Presto saranno del tutto invisibili.




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