Datteri alla crema

di Tiziana Brancato


Pochi millimetri la dividono dal salto. E’ una forchetta da frutta, piccola, infantile in quella sua dimensione ridotta. Solo pochi millimetri. La lunghezza di un battito di ciglia per modificare per sempre quell’insopportabile stato di quiete.
“Perché non cade?” Angela guarda, aspetta. Come se fosse lì, in quell’immobilità sospesa, il segreto di quel silenzio maledetto. Se cadesse, se si infrangesse tintinnando insolentemente sul pavimento, lei potrebbe alzarsi, muoversi, tornare alla vita. Forse tornare indietro. A prima. Prima che succedesse tutto.
Guarda la forchetta argentata, distrattamente posata in un angolo del tavolo, proprio vicina al bordo
Angela annusa l’odore residuo del forno. E’ dappertutto. Anche nei suoi capelli.
Le cene si chiudono spesso con la frutta. A volte col dolce. O con il silenzio.
Con il silenzio quasi mai.
Angela ascolta il silenzio. Non è mai totale, non è mai vero. Dietro di lei, alle sue spalle, dietro la sedia su cui rimane immobile in attesa del risveglio, il ronzio del frigorifero la accarezza insistentemente. A intermittenza si anima a raffreddare cibi non ancora consumati, in attesa.
“Non ho messo in tavola i datteri, non c’è stato il tempo.” Li aveva preparati con cura, incisi delicatamente per non ferirli nel profondo. Una linea netta, da un’estremità all’altra, solo su un lato. Poi aveva tolto i noccioli. Ad uno ad uno posati sul palmo della mano. Aperti e riempiti con una crema bianca e soffice, appena profumata di limone. Un aroma leggero, da assaporare con lentezza. Deposti in cerchio su un piccolo piatto dal bordo dorato. Piccole conchiglie gonfie di dolcezza, fiori carnosi che si schiudono tra le labbra a rivelare il segreto nascosto di quel cuore candido e morbido. Come un segreto d’amore.
“Non c’è stato il tempo”. La sua mente si allontana, veloce. Pericolo, qualcosa lampeggia nel buio, la chiama, insistente. Angela cambia strada. Intravede quella luce rossa palpitante, indietreggia. C’è sempre un prima a cui si può tornare, sicuro, rassicurante. Si aggrappa a quel pensiero, a quel prima in cui niente è ancora successo. Indietro. E’ mattina. Angela inizia la sua giornata pianificando i gesti con precisione. Perché tutto funzioni, bisogna avere ben chiara la successione del tempo. Preparare una cena richiede organizzazione, metodo, lucidità. Angela conosce la trasformazione. C’è una magia antica nel mescolare, impastare, pesare. Avere di fronte elementi grezzi, informi, e plasmarli in una forma nuova, piegarli alla volontà caparbia della creazione. Oggi creerà per lui. Le scorrono nella mente i gesti familiari e ripetuti della farina bianca e impalpabile che si amalgama al giallo delle uova fino a raggiungere l’elasticità vellutata della pasta, pronta alla sferzata implacabile del mattarello di legno. Lo vede scorrere ritmicamente sul tagliere, avanti e indietro, sui bordi di un cerchio sempre più sottile, più raffinatamente vicino al risultato finale. Ritorna alle narici il profumo inconfondibile del vino bianco che sfrigola nel tegame di coccio a smorzare il ribollire nervoso dei bocconcini di carne, avvolti in una nuvola di radicchio rosso. “Ho sbagliato qualcosa?” Di nuovo quella luce, rossa e palpitante, di nuovo il dolore che spinge verso il pericolo. Il dolce, deve pensare al dolce, mentre le unghie si conficcano a fondo nella carne sottile delle mani. Sono strette, chiuse come una morsa d’acciaio. Le dita ripiegate all’interno, fredde. Sangue ghiacciato dallo sgomento. Vene di marmo.
Il dolce. Il suo dolce preferito: pasta frolla, panna montata e frutti di bosco. Gli ingredienti consueti, il burro montato con lo zucchero, soffice schiuma di mare. Uova, farina, e un cucchiaino di lievito in polvere ad alleggerire la consistenza della pasta e renderla friabile sul palato. E poi……poi…..poi……
Non c’è più niente, nessun appiglio, niente mani gentili a cui aggrapparsi. Niente. Il silenzio le esplode nelle orecchie, nello stomaco. Un grumo dolorante.
“E’ finita Angela, possibile che non ti fossi accorta di niente?”
Accorta. C’era qualcosa di cui accorgersi, capire. Lei capiva solo l’amore. Non c’era posto, dentro di lei, per nient’altro. La sua voce, distante, logica, fredda. Le trapana il cervello con parole incomprensibili. Non può più fuggire. E’ una farfalla impazzita, prigioniera di una scatola di vetro. Sbatte contro le parole, inciampa, torna indietro.
Angela guarda le immagini del suo amore perso, disperso, concluso annientato, scavarle il ventre come lame arroventate.
Ascolta risate, telefonate, voci sussurrate nella notte.
Risente il calore delle sue mani prepotenti, invadenti, delicate e selvagge, sfiorarle il corpo.
Ripercorre il linguaggio segreto dell’amore, quello che appartiene solo a lei e lui. E a nessun altro. A nessun altro.

Angela guarda la piccola forchetta d’argento. Forse…..se cadesse……
Aggrapparsi alla tovaglia bianca di lino, candida luce immacolata di ghiacciaio.
Tirare, con forza.
Guardare il mondo esplodere in mille frammenti di vetro, nei cocci dei piatti caduti, sui mattoni rossi, nel vino rovesciato, sulla tovaglia accasciata, nel disordine del dolore.
Rosso rubino, rosso sangue. Rosso sangue.
Scivolare, guardare il mondo accartocciarsi su se stesso e racchiudersi dentro il pulsare sordo del cuore.
Inginocchiarsi sul pavimento.
Guardare i calici infranti in cerca del frammento che ancora conserva il sapore delle sue labbra. Sentirle avvicinare. Calde, insistenti. Respirare il suo respiro. Non poterlo più fare. Mai più.
Aprire un varco al dolore perché possa scorrere, uscire.
E gridare, gridare, gridare.
Angela guarda la piccola forchetta d’argento. Immobile, in quell’assurda vicinanza al bordo. Immobile. Forse……se cadesse……



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