La pensilina

di Marina Ulisse


Erano solo in due alla fermata degli autobus, quella sera di fine ottobre.
Pioveva incessantemente. Da giorni.
L’atmosfera era plumbea. Una coltre grigia e malinconica rivestiva le strade, le vetrine, i pensieri. L’aria era già pungente.
L’estate era durata a lungo. Settembre era stato soleggiato e tiepido, ma appariva remoto e dimenticato, come se fossero trascorsi mesi da quegli ultimi sprazzi d’estate. L’autunno aveva fatto il suo ingresso prepotentemente, con insolenza.
Aspettavano un pullman. Se qualcuno li avesse scrutati da lontano avrebbe avuto l’impressione che aspettassero solo sé stessi. Sotto una pensilina, unico riparo di quell’attesa bagnata.
Il piazzale antistante era deserto.
Lei era bruna ed esile, fasciata in un tailleur scuro d’impeccabile fattura. Le sue gambe snelle e slanciate erano velate da calze di seta color cipria, sostenute da un reggicalze il cui bottone delineava una sagoma appena rigonfia sulla gonna di lana leggera.
Le scarpe di coccodrillo bordeaux con il tacco alto, allacciate alla caviglia da un sottile cinturino, le conferivano un’aria elegante e sobria. La borsetta, piccola e squadrata, era della medesima tinta.
I capelli erano raccolti da un fermaglio ovale di madreperla. Qualche ciocca appena mossa scendeva liberamente fino a lambirle le spalle.
Un foulard di seta a piccoli pois blu su fondo rosa, morbidamente annodato intorno al collo, lasciava scorgere un filo di perle.
Stava eretta con portamento fiero, senza spostarsi d’un passo, l’espressione del volto intensa, gli occhi d’un verde carico come la vegetazione di un bosco in inverno, incorniciati da sopracciglia folte e ben delineate, gli zigomi alti ed evidenti, la bocca carnosa e vellutata.
Le sue mani tormentavano senza tregua i grani della collana scorrendoli come quelli di un rosario. Muovendosi ritmicamente le sue unghie trasparenti tracciavano giochi di luce nei bagliori della pioggia.
Non aveva l’aria smarrita, ma il suo sguardo era distante ed assorto, catturato da inaccessibili pensieri.
Lui era alto, il viso spigoloso dalla forma oblunga, le mani affusolate e scattanti. Il naso diritto come una spada appena sguainata. Le labbra sottili ed immobili, circondate da un filo di barba rada e curata.
Un paltò blu gli avvolgeva il fisico longilineo ed asciutto. Un cappello di feltro beige a tesa larga, calato fino alle palpebre, non riusciva a celare un pallore del volto che la penombra rendeva ancor più lampante.
I lampioni ai lati della pensilina illuminavano di tanto in tanto quegli occhi nascosti sotto la tesa. Occhi vivaci e vitali, animati in un guizzare continuo alla ricerca di qualcosa. Erano di colore chiaro, quasi ceruleo, ed il contrasto con l’oscurità di quell’autunno piovoso li rendeva ancora più trasparenti.
Laddove il cappello non arrivava a coprire si notavano capelli sottili e lisci, tirati all’indietro. Qualche filo grigio sulle tempie brillava al chiarore del lampione. In tempi non lontani doveva essere stato biondo.
Dal bavero del paltò spuntava una camicia bianca a righe, con il collo aperto. Forse un vezzo, o più semplicemente solo il segno del vestirsi in fretta.
Dal suo voltarsi continuamente trapelava un’inquietudine che non trovava pace. Si guardava intorno puntando in una direzione e subito dopo rivolgeva l’attenzione in quella opposta sistemandosi nervosamente il bavero del paltò. Sembrava infastidito.
Erano a non più di due metri di distanza, sotto la tettoia d’acciaio e plexiglas, ma sembravano appartati ciascuno nel proprio isolamento. Forse neppure si erano accorti l’uno dell’altra e nulla sembrava accomunarli, eppure quella partenza avrebbe segnato una svolta imprevedibile nell’esistenza di entrambi.
Sotto la pensilina si stava scrivendo una pagina della quale non si conosceva ancora la trama, né il finale.
 

Irene aveva trent’anni e già molte lacrime avevano rigato il suo volto mediterraneo.
Era giunta alla stazione Termini di Roma dopo un viaggio in treno da Palermo. Attendeva il pullman diretto a Perugia. In meno di due ore sarebbe stata a casa, dove i suoi genitori l’attendevano trepidanti, smaniosi di riabbracciarla.
Era partita alle prime luci del mattino, lasciando la Sicilia immersa in un’alba umida, malinconica ed ostile.
Non sarebbe mai voluta salire su quel convoglio, ma dopo infiniti dubbi e ripensamenti aveva riempito una valigia con le prime cose scovate nel guardaroba ed era andata via senza voltarsi.
Si era chiusa alle spalle il portone della sua casa sbattendolo con indignazione. Quel rumore sordo e fragoroso le rimbombava ancora nelle orecchie.
Era consapevole che sarebbe finita. Era inevitabile, anche se fino all’ultimo aveva voluto aggrapparsi al sogno dei suoi diciotto anni.
Suo padre aveva provato a metterla in guardia, a dissuaderla da quello che gli sembrava solo il capriccio di una ragazzina, ma lei si era intestardita ed a lui non era rimasto che accompagnarla all’altare.
Irene aveva conosciuto Giuseppe durante una vacanza, un viaggio che suo padre aveva voluto organizzare per lei in occasione del suo diciottesimo compleanno. Aveva scelto la Sicilia per mostrarle le meraviglie della civiltà classica della quale lui si nutriva da oltre un trentennio.
Era affascinato dalla cultura della quale quella terra era stata la culla e desiderava regalarne la magia a sua figlia, condividendo con lei le atmosfere che il passaggio dei secoli non aveva scalfito.
Quella bambina aveva riportato l’armonia in famiglia dopo un’impetuosa burrasca che si apprestava ad inghiottire una serenità conquistata faticosamente.
Giorgio era un professore universitario di Lettere Antiche. Adorava la sua professione, ma adorava anche la bellezza femminile.
Uomo di sterminata cultura, dirigeva e scriveva per diletto sulle pagine patinate della rivista “Il letterato”. La redazione era composta in gran parte da giovani donne, innamorate degli autori classici ed ancor più di quel Professore che incantava con eloquio e carisma ineguagliabili.
Amava l’universo femminile, Giorgio, e quell’universo amava lui. Le sue non erano avventure di poco conto, ma immersioni in un cosmo che ogni volta gli appariva nuovo ed inesplorato.
Erano amori, più o meno brevi ed effimeri, ma pur sempre amori.
Ogni donna diveniva ai suoi occhi una creatura speciale, e speciale faceva sentire ciascuna di loro.
Per questo lo adoravano.
Amava sentirle ridere, vibrare, vivere. Amava il loro mistero e quel qualcosa d’ineffabile che rendeva ciascuna di loro un essere unico.
Era uno spirito libero, inafferrabile. Lo si vedeva costantemente circondato da donne. Mille e nessuna. In fondo era solo.
Sua moglie Lisa era sfuggita per lungo tempo al fascino di quel professore e lui aveva voluto farne la donna della sua vita. L’aveva eletta tra le tante poiché era rimasta indifferente per lunghi mesi, respingendo con fermezza il suo corteggiamento. Non gli era mai accaduto in precedenza, avvezzo com’era a sedurre all’istante la donna che gli interessava e che lo intrigava. Lei era diversa. Con la sua ritrosia lo aveva spiazzato.
Lisa era stata una delle studentesse che frequentavano i suoi seminari di Letteratura Greca, ma differentemente dalle altre, tutte innamorate di lui, lei lo giudicava presuntuoso e pieno di sé. Ne ammirava l’immensa cultura, ma terminata la lezione abbandonava repentinamente l’aula sfuggendo al vocio civettuolo delle sue colleghe che s’affrettavano a raggiungere il professore con i più svariati pretesti.
Lui era rimasto intimamente turbato dall’atteggiamento distaccato di quella ragazza mora. Ne aveva intuito immediatamente l’intelligenza e lo spessore morale.
La incrociava di frequente in biblioteca e diverse volte avevano scambiato due parole, ma la conversazione si era limitata a brevi e banali convenevoli.
Quella studentessa aveva continuato a mantenere un atteggiamento riservato, quasi schivo, ritraendosi fermamente a qualsiasi tentativo di maggiore confidenza da parte del professore.
Era stata l’unica donna a non cedere alle sue lusinghe e la prima ad ostentare nei suoi confronti il più assoluto disinteresse. Una noncuranza che sfiorava l’impassibilità. Questa sua tempra l’aveva resa agli occhi di lui la più speciale di tutte.
Dopo la sua laurea il professore aveva escogitato il modo per non perderla di vista offrendole una collaborazione presso la rivista. Lei aveva accettato felicemente. Il suo sogno era di scrivere e quella che le si presentava era un’ottima occasione per iniziare.
Frequentandosi in redazione si era creata tra loro una complicità nuova e profonda. In breve tempo era nato l’amore. Forte, consapevole, maturo.
Si erano sposati con una cerimonia intima. Avevano voluto che quel momento appartenesse soltanto a loro due, come se il pudore di mostrare il loro legame impedisse di condividerne con altri la gioia.
Ma uno spirito libero non può essere imbrigliato, neanche in nome di una promessa. Giorgio non sarebbe mai riuscito ad inibire le sue curiosità, nemmeno se lo avesse voluto. Nondimeno, la gelosia fa parte dell’animo d’ogni donna. Neppure una donna forte come Lisa poteva rimanerne immune.
Inizialmente aveva cercato di minimizzare, ripetendo a se stessa che Giorgio aveva prescelto lei tra mille e che il suo bisogno di esplorare dentro altri occhi femminili faceva parte della sua essenza. Doveva amarlo com’era. Tentava di convincersi che il cuore di suo marito apparteneva a lei, nonostante tutto. Nonostante le altre.
La gelosia, tuttavia, si nutre d’istinto puro, mai di ragione. Con il trascorrere del tempo, la sua indulgenza nei confronti di quell’indomabile spirito che le dormiva accanto si era logorata fino ad erodersi completamente.
Le scenate erano diventate sempre più frequenti e l’indifferenza di Giorgio alle sue rimostranze di moglie tradita l’aveva esasperata. La sua pazienza era agli sgoccioli, come pure il matrimonio.
La separazione sembrava ormai inevitabile, allorché era rimasta incinta. Inaspettatamente. La notizia di quella gravidanza aveva cambiato improvvisamente le carte in tavola. Giorgio era diventato un altro. Aveva diradato i suoi impegni, pur di rimanere quanto più possibile ad auscultare il rumore della vita che germogliava dentro quel nido sempre più evidente.
Durante l’attesa aveva riempito pagine e pagine di fiabe per quella bambina non ancora venuta alla luce.
Quando il suo batuffolo bruno aveva emesso il suo primo vagito, aveva compreso che il suo peregrinare nei vicoli della vita in cerca di chissà quale suggestione era terminato. Finalmente.
La più intensa delle emozioni era stata raggiunta.
Aveva voluto chiamarla Irene, in greco antico Pace, come emblema di una ritrovata serenità familiare e di una quiete interiore mai assaporata fino a quel momento.
Tutti i tasselli sembravano aver trovato la loro esatta sistemazione.
Fino al giorno in cui quella figlia gli aveva comunicato che Giuseppe le aveva chiesto di sposarla.
Si sarebbe trasferita in Sicilia per diventare sua moglie.
Quel viaggio fra le bellezze neoclassiche era costato a Giorgio un prezzo elevatissimo ed inaccettabile. Non avrebbe mai potuto immaginarlo, quando erano sbarcati a Messina.
Giuseppe era il titolare dell’albergo nel quale erano stati ospiti durante quei giorni.
Aveva quindici anni più di Irene e sembrava un uomo d’altri tempi. Di poche parole, ma di modi garbati e signorili che avevano profondamente impressionato quella diciottenne abituata ai suoi coetanei insignificanti ed identici nella loro mediocrità.
I giorni siciliani erano trascorsi in fretta, tra le illustrazioni storiche del papà professore ed i profumi di zagara che sopraggiungevano sulla loggia della sua stanza il mattino presto.
Giuseppe era rimasto folgorato da quella bellezza mora che sembrava nata in quella terra del sud, dall’intelligenza vivace di quella ragazza e dalla sua inesauribile curiosità. Voleva conoscere tutto, Irene, vedere ogni cosa, apprendere quel che c’era da apprendere: l’arte, le usanze, le tradizioni, la cucina, e qualsiasi particolare caratterizzasse quell’isola. Persino il dialetto.
A colazione faceva preparare appositamente per lei enormi vassoi di specialità locali d’ogni genere per addolcire il risveglio di una ninfa, come scriveva con grafia minuta ed ordinata nel bigliettino di accompagnamento. Marmellate d’arancia e mandarini, latte di mandorla, dolcetti di marzapane riproducenti le più svariate qualità di frutta e scolpiti così bene da sembrare frutti veri, piccole cassate, cannoli e quant’altro potesse suscitare in lei stupore e compiacimento.
Non tralasciava mai di accompagnare il suo omaggio con un tocco personale: un bouquet di colore diverso ogni mattina.
Ne aveva ricevuti diciotto, Irene, quanti gli anni che aveva appena compiuto, quanti i giorni di quel soggiorno. Un tripudio di rose, iris, tulipani, gigli, viole, orchidee, calle, anturium.
Come non innamorarsi di lui.
Sul far della sera la accompagnava sulla terrazza più in alto dell’albergo, di fronte ad un mare che si faceva argenteo ai bagliori della luna e le recitava poesie di Neruda.
Lei n’era incantata.
“Bimba bruna e agile, il sole che fa la frutta,
quello che rassoda il grano, quello che piega le alghe,
ha fatto il tuo corpo allegro, i tuoi occhi luminosi
e la tua bocca che ha il sorriso dell'acqua…”
“Questi versi sono stati scritti per te”, le aveva sussurrato l’ultima volta che avevano ammirato insieme quello spettacolo della natura al chiarore soffuso della notte.
“Questa poesia sei tu, portala con te”. Era emozionato.
Quella notte Irene si era sciolta in un pianto dal sapore zuccherino e Giuseppe l’aveva stretta teneramente al petto. Era una bambina spaventata e felice.
Il giorno della partenza le aveva offerto l’ennesimo bouquet di fiori, una cascata di ranuncoli bianchi, e sfiorandole la mano con le labbra aveva dichiarato sottovoce: ”Non sarà l’ultimo. E’ più di una promessa. Arrivederci, Pace del mio cuore.”
Tornata a casa, ogni giorno Irene aveva ricevuto fiori da quella terra. Il profumo della Sicilia non l’aveva mai lasciata sola, neppure per un istante.
Dopo tre mesi se l’era trovato davanti con un’imponente composizione di vischio e boccioli d’arancio. Mancavano pochi giorni a Natale.
Tra i vicoli antichi e deserti di Perugia, sotto una nevicata accompagnata da folate di vento gelido che screpolava i loro volti caldi, lui le aveva chiesto di sposarlo. Lei gli aveva gridato di sì con tutto il fiato che aveva.
In casa era scoppiato un putiferio. La madre non faceva che piangere e quanto a suo padre, era rimasto annichilito.
Il professore aveva tentato in ogni modo di farla ragionare. “Sei troppo giovane!”, le diceva con toni autoritari. “Pensaci, ti prego. Dopo potrebbe essere troppo tardi”.
Ogni giorno la stessa cantilena. “Non lo conosci abbastanza! Anzi, ti dirò, non lo conosci per nulla!”
“Il tuo è solo il capriccio di una ragazzina cotta di uno sconosciuto che crede di poter conquistare il mondo con mazzi di fiori. Miserabile!”
“Ma chi è mai costui, un giardiniere sotto mentite spoglie?”
Era furioso, Giorgio.
”Prenditi un po’ di tempo. Se proprio non riesci a levartelo dalla mente continua a frequentarlo, ma aspetta ancora prima di compiere un errore madornale!” Così per giornate intere.
“Rimanda il matrimonio, ascolta tuo padre!” Ed ancora: “E’ prematuro, renditene conto. Rifletti!” La predica era una litania sempre più adirata. Per la prima volta era severo con la figlia. Non era mai accaduto, ma la sua era soltanto apprensione. Apprensione e dolore.
Giorgio considerava Giuseppe un uomo fuori del tempo, vissuto da sempre in un paese lontanissimo da lei, da loro, dalla loro vita. Troppo grande per lei, troppo diverso, troppo introverso.
Irene non aveva voluto sentire ragioni. Era ostinata e risoluta come sua madre.
Dopo giorni di discussioni, malumori e tensioni, Giorgio si era visto costretto a cedere, rassegnandosi alla scelta di sua figlia. Per lui quello era e sarebbe rimasto un gesto inconsulto.
Anni dopo Irene gli avrebbe dato ragione. Troppo tardi.
L’unica promessa che era riuscito a strappare alla figlia era stata quella di non rinunciare ai suoi sogni. La ragazza avrebbe proseguito gli studi per poi intraprendere la carriera universitaria sulle orme di suo padre. Era quello che aveva sempre desiderato. Le sue passioni non dovevano essere mutilate da una scelta di vita. Per nessun motivo. Dopo il matrimonio si sarebbe iscritta alla facoltà di Lettere Classiche a Palermo.
Si erano sposati in Sicilia, Irene e Giuseppe, a sei mesi esatti dal loro primo incontro, fra alberi di mandorlo in fiore che annunciavano una precoce primavera.
I primi tempi erano trascorsi secondo il copione. Giuseppe era generoso di premure e si prodigava in tutti i modi possibili affinché Irene si ambientasse al meglio senza soffrire di nostalgia.
Erano andati a vivere nell’enorme residenza di lui, un palazzo antico nel centro di Palermo, all’ultimo piano.
Il resto della dimora era occupato dai genitori, nobili siciliani all’antica, taciturni e d’inamovibili princìpi.
Dell’antica nobiltà era sopravvissuta solo l’effigie di famiglia, raffigurata sul maestoso portone e sull’anello d’oro giallo che tutti i maschi della famiglia portavano al mignolo sinistro. Quell’anello era stato uno dei dettagli di Giuseppe che più avevano colpito Irene il giorno del suo arrivo in Sicilia. Lo aveva notato subito, mentre lui la accoglieva nel suo albergo.
Dei Conti Moncada di Lanzarotto aveva sempre ammirato l’intraprendenza ed il dinamismo.
In passato vivevano delle rendite che gli sterminati possedimenti garantivano a tutta la loro famiglia, riveriti da una corte di gente per la quale era un onore ed un privilegio servire il loro casato.
Mutati i tempi, i Moncada non erano rimasti inermi ed avevano trasformato molti di quei terreni in siti edificabili, vendendone alcuni e mantenendone altri per costruirvi, con il denaro ricavato dalle cessioni, quattro strutture alberghiere, ognuna gestita da uno dei figli. I loro complessi turistici erano i più ricercati di tutta l’isola e chi n’era stato ospite se ne allontanava con il desiderio e l’auspicio di farvi ritorno.
Giuseppe era il primogenito. Aveva ereditato la bellezza delicata della madre ed il carattere riservato del padre.
Dopo le nozze, mantenendo la sua promessa Irene si era iscritta all’Università, suddividendosi tra i suoi impegni accademici e quelli di moglie. Era una vita inedita, da costruire ex novo, partendo dalle fondamenta, ma la fatica dell’adattamento scompariva dietro la forza del suo entusiasmo e dell’amore per Giuseppe.
Aveva fretta di apprendere, ed in poco tempo era diventata una padrona di casa guardata con ammirazione e rispetto da tutta la città.
Quell’adolescente esile dai lunghi capelli corvini, divisi da una scriminatura nel mezzo, si era ben presto trasformata in una donna elegante e raffinatissima. Una signora.
Era bella, Irene. Flessuosa e sensuale. Una sensualità, la sua, intrisa di grazia e dolcezza.
Amava indossare abiti di sartoria, disegnati per lei in modo da valorizzarne la figura slanciata e la vita così sottile da poter essere stretta tra due mani. I suoi accessori erano abbinati sempre con gusto ed i gioielli erano discreti ma di gran pregio.
Giuseppe era il presidente del “Circolo Sicilia”, dove si ritrovavano “quelli di Palermo che contano”, ma nonostante la giovane età lei riusciva ad essere a suo agio con chiunque, lasciando tutti ammirati per la sua bellezza, la sua personalità, il suo modo di porsi.
Era dotata di un’affabilità naturale e di una cortesia mai leziosa. Il carattere brillante di suo padre stava emergendo prepotentemente.
I primi anni erano trascorsi esattamente come se li era figurati. La sua vita scorreva in una girandola d’impegni sociali e mondani, sempre accanto a Giuseppe, il quale nel frattempo si curava di estendere le sue attività in tutta la regione, fino alle Isole Eolie. Erano in cantiere ambiziosi progetti in Sardegna, dei quali lei era entusiasta.
Ad un certo punto qualcosa s’era alterato in quel ménage pressoché perfetto.
Improvvisamente. Senza motivo. Un temporale che di colpo squarcia l’azzurro di un’estate infinita con lampi abbaglianti e tuoni assordanti si era abbattuto su di lei.
Si ritrovava molto spesso sola.
Sul principio non ci aveva fatto troppo caso, Giuseppe aveva sempre avuto sull’agenda molteplici appuntamenti e viaggi di lavoro, ma col trascorrere del tempo l’atteggiamento di lui era profondamente mutato. Era diventato inizialmente silenzioso e distratto, poi sempre più nervoso, fino ad essere scontroso ed irascibile.
Irene aveva provato numerose volte ad avvicinarlo per chiedergli con garbo cosa lo turbasse, ma la risposta di lui era stata dapprima il silenzio e poi scenate sempre più violente.
Suo marito era divenuto scostante ed ombroso. Era intrattabile. Le attenzioni e la dolcezza di un tempo sembravano svanite per sempre. Nel nulla.
In breve tempo la situazione si era fatta insostenibile.
Giuseppe trascorreva tutto il suo tempo fuori casa e rientrava a tarda sera senza neppure salutarla. Si ritirava nella sua stanza e quando Irene, sbigottita, lo raggiungeva, era già immerso nel sonno.
Le uniche risposte che aveva ottenuto erano stati sguardi assenti e porte chiuse a chiave.
Nessuno sapeva che cosa gli stesse succedendo. Nessuno credeva che potesse comportarsi in quel modo.
Sempre più confusa per quell’indecifrabile metamorfosi aveva indagato in maniera discreta tra le persone a lui più vicine.
Sospettava ci fosse un’altra donna. Era naturale. Qualsiasi moglie, al suo posto, lo avrebbe temuto.
Rammentava le discussioni tra i suoi genitori rievocate da sua madre e si preparava a riviverle da protagonista.
Ma nessuno era al corrente di nulla e coloro che frequentavano quotidianamente Giuseppe avevano escluso una simile ipotesi. Non c’erano tracce di un tradimento, né di altra presenza femminile. Irene se n’era convinta.
Durante i primi mesi di matrimonio avevano discusso spesso del loro futuro, dei figli che entrambi desideravano, auspicando arrivassero al più presto. Ma non erano arrivati e l’argomento era diventato tabù. Quelle rare volte che Giuseppe sembrava più quieto del solito, Irene aveva provato a scuoterlo dal suo torpore rammentandogli quei progetti, ma ogni volta lui si era alzato ed era uscito senza proferire parola.
Non sapeva cosa fare, Irene. Non sapeva con chi parlare né a chi chiedere aiuto.
Non aveva voluto avvertire i suoi genitori di quel che stava accadendo, per non allarmarli. Sarebbero corsi immediatamente a riprendersela, ma non era questo che lei desiderava.
Caparbia ed orgogliosa come sempre, avrebbe trovato da sola una soluzione alla bufera che stava spazzando via la sua vita ed il suo matrimonio.
Rivoleva quella vita e quel matrimonio. Rivoleva quel marito.
Ma ogni suo sforzo e tentativo risultavano vani. La situazione peggiorava di giorno in giorno.
Ogni rientro a casa di Giuseppe diventava più penoso. Lui sembrava non accorgersi più di sua moglie. La passione, le attenzioni, la complicità s’erano dissolte, inghiottite da chissà quale forza maligna.
Irene aveva mantenuto la promessa fatta a suo padre, si era laureata a pieni voti ed era in procinto di concludere il dottorato che le avrebbe aperto le porte dell’insegnamento universitario. In cuor suo sapeva da tempo che non sarebbe mai salita in cattedra, ma desiderava mantenere fede alla sua promessa. Da quando Giuseppe era diventato imperscrutabile ed irascibile si recava in Facoltà sempre più di rado. La concentrazione era scemata e lo studio in biblioteca le suscitava un’angoscia opprimente. Nel silenzio di quelle austere sale il pensiero si amplificava e il suo era un pensiero fosco e minaccioso.
In quelle giornate sempre più vuote ed inutili aveva iniziato a frequentare l’Istituto di Adozione Internazionale, l’unico della città, la cui attività si svolgeva con contatti in America Latina e nel continente africano. Stare lì la rasserenava.
Conosceva bene la Direttrice, Rosaria Fichera, socia del Circolo Sicilia, e quelle che dovevano essere solo brevi e sporadiche visite pomeridiane si erano trasformate in un appuntamento quotidiano che Irene attendeva con sollievo. Uscire da quella casa per immergersi in una realtà diversa la distraeva per qualche ora dai suoi quesiti senza risposta. Le sue numerose conoscenze in città aprivano inoltre molti varchi e risultavano spesso utilissime per sbrogliare od accelerare pratiche che altrimenti sarebbero rimaste mesi ad impolverarsi sugli scaffali.
Occuparsi di un problema delicato quale l’adozione era diventato per lei molto più che un diversivo. La considerava una sorta d’attività a tempo pieno.
Fra quelle carte bollate ed apparentemente aride si era resa conto di quale sconfinato amore spingesse tante coppie ad affrontare procedure lunghe e farraginose, colloqui che assumevano le sembianze di veri interrogatori ed imbarazzanti invasioni della propria vita privata. Tutto, pur di avere un figlio.
Aveva appreso una verità semplice e misteriosa: si può essere madri anche senza partorire.
La Direttrice era una donna di un’umanità rara. Si prodigava con tutta se stessa per assicurare un futuro spensierato ad orfani nei confronti dei quali la sorte era stata avversa. Non era sposata e considerava quasi figli suoi quelle creature che la vita aveva già immeritatamente maltrattato. Conservava un archivio con le fotografie di tutti i bambini che avevano trovato una famiglia grazie al suo impegno ed a quello di coloro che collaboravano con lei. Era il suo modo di mantenere un contatto con ciascuno di loro.
Intanto la situazione con Giuseppe degenerava sempre più.
Irene rimaneva in quella casa per dignità e perché sentiva di essersi ritagliata un posto in quella città.
I loro impegni mondani si erano sfoltiti, ma non era infrequente vederla ancora insieme al marito ad un’inaugurazione, ad una cena oppure ad una rappresentazione teatrale, elegante e sorridente come sempre.
La commedia si concludeva al termine della serata. Il sipario calava su quella recita e Giuseppe si richiudeva nel suo silenzio, un muro sempre più invalicabile.
Perché non se ne andava? Se lo era chiesto molte volte, Irene.
Per quale motivo non affrontava con determinazione Giuseppe? Perché non entrava in quella stanza da letto dove l’unico rumore era il suo respiro regolare e compassato per svegliarlo da quel torpore e tirargli fuori una ragione?
Non si considerava un’ipocrita. L’ipocrisia non aveva mai fatto parte del suo essere. Allora perché continuava a farsi del male? Si era data molte risposte, ma erano soltanto alibi e lei n’era consapevole. Pienamente.
La verità era disarmante, nuda come infante appena nato. Amava ancora Giuseppe e non voleva perderlo. Ci credeva ancora. Ed ancora sperava.
Per questo rimaneva. Aggrappandosi ostinatamente a quello che era solo un ricordo offuscato da una realtà sempre più oscura, indugiava accanto ad uomo non si curava più di lei, come se la sua presenza fosse divenuta invisibile.
Dov’era finito il carattere determinato e risoluto di sua madre? Continuava ad interrogarsi, Irene, nelle notti torride e lente, in una veglia scandita solo dal canto dei grilli. Implacabile, quel canto. Implacabile come la sua rabbia, il suo dolore, il suo smarrimento.
Il tempo trascorreva, inesorabile e crudele.
Gradualmente l’irascibilità di Giuseppe si era trasformata in indifferenza sempre più esasperata. Dentro quelle mura erano due estranei. Come se nulla li avesse mai legati, come se l’arsura di quella terra avesse fatto evaporare il profumo di quei bouquet. Per sempre.
Scorreva così la sua vita, fra la farsa di un matrimonio di facciata e l’Istituto, l’unico spazio autentico dove l’amore era una certezza e gli impegni assunti verso un orfano si trasformavano in una fede. Cominciava quasi ad abituarsi.
Fino all’irreparabile.
Un pomeriggio era rientrata a casa prima del previsto. Il giorno precedente aveva lasciato nello studio di Giuseppe alcuni documenti riguardanti la pratica di una bambina cilena. C’erano stati disguidi burocratici con l’Ambasciata di Santiago del Cile, ma in pochi giorni tutti gli ostacoli erano stati superati e l’incartamento aveva ripreso ad avanzare velocemente. Aveva bisogno di quei documenti, Irene, per inviarli con urgenza all’Instituto de la Adopciòn di Santiago.
Era salita soprappensiero lungo la scalinata del palazzo, organizzando mentalmente le incombenze da svolgere per agevolare il viaggio in Sudamerica di due coniugi catanesi che dopo sei anni di attesa, tre aborti spontanei e pellegrinaggi fra decine di uffici, si approssimavano a raggiungere l’agognato traguardo di avere un figlio.
Aveva spinto il massiccio portone intagliato di fregi barocchi sul quale in bella vista, lucida come sempre, risplendeva la targa d’ottone con il suo nome inciso a caratteri gotici accanto a quello di Giuseppe.
Quando l’aveva varcato per la prima volta, subito dopo il matrimonio, l’aveva trovato spalancato, quel portone. Aveva accolto tale gesto come la metafora del futuro che si schiudeva dinanzi a loro. Si era commossa. Il fruscio del suo strascico di pizzo color avorio sul marmo rosa si era propagato fra le stanze come un delicato accompagnamento musicale. Era stata quella la colonna sonora del suo ingresso a Palazzo Moncada.
Il loro appartamento era immenso e quel giorno era stato addobbato a festa come un giardino. Fiori dappertutto ed un profumo che aveva impregnato quelle sue prime ore da sposa.
Quel pomeriggio aveva dunque aperto il portone, Irene.
Non si udivano rumori. Regnava la quiete assoluta. Era la giornata di riposo delle cameriere e la casa era vuota. Ormai era abituata a quel silenzio e non se ne crucciava più come una volta.
Si era diretta frettolosamente verso lo studio, senza indugiare.
Sarebbe uscita nuovamente dopo aver trovato quei documenti.
Lo studio era in fondo al corridoio, sulla sinistra.
Era l’ambiente preferito da Giuseppe. Lì erano custoditi tutti i suoi libri, sistemati in meticoloso ordine sulla libreria di noce massello. Letteratura, poesia, storia, filosofia, fisica. Ed ancora, astronomia, botanica, geologia, atlanti d’ogni genere ed epoca. Una biblioteca pressoché completa. Troneggiava al centro della stanza l’enorme scrivania del ‘600, seduto dietro alla quale Giuseppe s’immergeva nelle sue letture per intere serate.
Su un’étagère posta accanto alla grande vetrata che affacciava sul parco del Palazzo, le fotografie di famiglia, quasi tutte in bianco e nero. Nonni, zii, cugini; giovani donne vestite di trine e passamanerie con bambini infiocchettati di bianco nel giorno del battesimo; i fratelli Moncada da piccoli, schierati l’uno accanto all’altro, fieri come paladini e con lo sguardo intimorito dall’obiettivo del fotografo; immagini varie di vita familiare. Le pareti erano tappezzate di stampe antiche raffiguranti scorci della Sicilia nei secoli passati. Non era cambiata molto, quella terra, rispetto alle riproduzioni.
Sulle pareti laterali erano posti altri due piccoli scrittoi francesi, uno dei quali un secrétaire, per i quali lei nutriva una peculiare predilezione. Sembravano due miniature. Quella stanza era intrisa dell’odore persistente del legno stagionato che, insieme all’arredo ed alle centinaia di volumi rilegati in pelle, le conferivano un aspetto austero e severo. Incuteva quasi soggezione. La presenza di quegli scrittoi ne alleggeriva le parvenze, accordandole un tocco di frivolezza.
Irene pensava ancora ad Isabel, l’orfana cilena che stava per diventare italiana, allorché aveva impugnato la maniglia della porta.
Ancora soprappensiero l’aveva tirata verso il basso, sospingendo l’uscio in avanti.
Era rimasta impietrita. Impalata sulla soglia.
La sua mano attaccata a quella maniglia d’ottone. La pelle del palmo incollata al metallo gelido.
Giuseppe era seduto sulla poltrona di velluto damascato.
Di fronte a lui, appoggiato alla scrivania, la sagoma di un uomo. Era nudo. Con le braccia cingeva il capo di Giuseppe. Le mani tra i suoi capelli spettinati. A terra, sparpagliati alla rinfusa sul tappeto Bukara, una giacca nera, una camicia grigia ed altri indumenti abbandonati confusamente l’uno sull’altro.
Irene si era destata di colpo dai suoi pensieri.
L’uomo si era voltato, liberando il capo di Giuseppe dal suo abbraccio.
Irene era rimasta senza fiato.
Un macigno pesante come piombo le si era scaraventato addosso.
Tutto in lei si era arrestato. Anche il respiro.
Le viscere sembravano aggrovigliate l’una con l’altra.
Era sospesa in un silenzio assordante.
In quella paralisi dei sensi aveva riconosciuto Filippo, uno dei più affezionati soci del Circolo. I suoi riccioli scuri erano inconfondibili.
Molte volte lo avevano bonariamente preso in giro per quei capelli che gli sfioravano le spalle, le ciocche inanellate da sembrare un merletto.
Lo chiamavano affettuosamente “Puttino”. Gli ripetevano con tono bonario che di qualunque peccato si fosse macchiato in vita, con quei boccoli da cherubino gli sarebbe stato sufficiente indossare una tunica bianca per vedersi spalancare l’ingresso del Paradiso.
Era un amico di famiglia, Filippo, ed il più stretto collaboratore dei fratelli Moncada.
In quegli interminabili istanti, lì sulla porta dello studio, ancora abbarbicata alla maniglia, Irene aveva rivissuto in un baleno le scene in cui lui era stato protagonista. Quell’uomo dal volto scurito al generoso sole della Sicilia era stato ospite decine di volte in casa sua. Di piacevole compagnia, rendeva briosa e leggera qualsiasi serata con la sua conversazione infarcita d’ironia ed i suoi modi amichevoli.
Tutto le si era rappresentato davanti agli occhi vuoti e fissi sui riccioli di lui.
Era stata invasa da una fitta lancinante. Una lama tagliente l’aveva infilzata negli organi vitali.
In quell’attimo Giuseppe aveva alzato lo sguardo su di lei, scostandosi appena dalle braccia di Filippo.
Si erano guardati. Irene non avrebbe mai dimenticato quell’espressione. Era uno sguardo di smarrimento, vergogna, paura. Brevissimo, eppure infinitamente lungo.
Irene era riuscita a pronunciare solo una parola sottovoce: “Giuseppe…”
Sembrava un lamento.
Era corsa via, abbandonando la presa della maniglia.
Aveva percorso il corridoio a ritroso, senza guardare, sospinta da una forza sconosciuta che trascinava impetuosamente i suoi arti inferiori. La fuga di un automa.
Si era precipitata lungo la scalinata cercando di guadagnare l’uscita il più presto possibile, alla maniera di chi è rimasto in apnea troppo a lungo ed avverte nei polmoni di avere solo pochi secondi di sopravvivenza.
Aveva riaperto il pesante portone del palazzo con tutto il vigore riposto nelle braccia e si era fermata sulla strada, spalancando la bocca per ingoiare più aria possibile. Si sentiva soffocare.
Il cuore aveva iniziato a galopparle all’impazzata nel petto, pronto ad essere rigettato fuori come un boccone dal sapore rancido ed acre.
Un grido agghiacciante le si era arrestato in gola, impigliato nell’irremovibile presa di una morsa più spietata della mano di un boia.
I giorni successivi erano stati un incubo angoscioso. Uno strazio.
Si era rifugiata in casa di Rosaria, l’unica alla quale avrebbe potuto chiedere ospitalità.
Le finestre affacciavano su un giardino rigoglioso e silenzioso, ma lei era immersa nel rumore incessante della sua pena.
Aveva trascorso settimane intere barricata in camera. Incredula e ferita. Sfregiata nell’anima.
Aveva ripercorso tutti gli anni trascorsi con Giuseppe, uno per uno, un istante dietro l’altro. Un film sentimentale dal finale patetico e disgustoso. Raccapricciante, quel finale.
Frugava nei cassetti della memoria cercando una traccia, un insignificante segnale da cui trarre la spiegazione di quell’immagine onirica che continuava a rappresentarsi ossessivamente dinanzi ai suoi occhi. Nulla. Quei cassetti erano sconsolatamente vuoti.
Rosaria aveva tentato di starle vicino come una madre amorevole. Irene alternava pianti irrefrenabili a momenti di assoluta assenza. Appariva distante da tutto e da tutti, perduta in un viaggio dentro le sue piaghe. Un viaggio senza ritorno.
A poco a poco si stava spegnendo. Come una candela che alla fine del suo percorso di luce si consuma lentamente, pian piano, fino a ridursi in un filo di fumo annerito.
Il suo sorriso sembrava essersi smorzato per sempre, cancellato dalla lavagna del suo volto. Le sue labbra erano serrate in un ghigno d’amarezza.
Davanti a sé, una parete insormontabile. Al di là, solo desolazione.
Continuava a tormentarsi, macerandosi in un dolore senza nome, una melassa di sconcerto ed incredulità.
Possibile che non si fosse accorta di nulla? In tanti anni? Possibile che Giuseppe non avesse mai mostrato un sintomo, un barlume di ciò che effettivamente era? Com’era potuto accadere? Si sentiva colpevole e sciocca.
Le risuonavano come in un disco incantato le parole di suo padre e quelle interminabili prediche. Quanto aveva ragione. L’unica responsabile della catastrofe era lei stessa.
Malediva quei giorni lontanissimi.
Quella ragazzina piena d’entusiasmo sembrava sfiorita per sempre. Al suo posto solo una donna in frantumi. Si sentiva un calice di prezioso cristallo che, dopo aver presenziato a feste e balli con il suo contenuto dorato e frizzante, tintinnando foriero di gioie e buoni auspici, scivola rovinosamente da un vassoio infrangendosi a terra in mille pezzi. Frammenti senza più alcun valore.
In poche settimane era diventata l’ombra di se stessa.
Un malessere opprimente si era impadronito della sua mente, dei suoi desideri, della sua volontà, scaraventandola in uno stato spaventoso di prostrazione.
La notte era il momento più tragico. Il silenzio acuiva quel ragno nero che la divorava inesorabilmente. Il buio era popolato di spettri dalla voce stridula. Bestie informi dalle quali era impossibile difendersi.
Un cappio alla gola sembrava strangolarla. Un velo nero si era posato su di lei.
Indicibile, quel dolore.
Quando tutto sembra perduto, quando non sembra esserci rimedio ad un male e ad un supplizio che divorano l’anima, la mente si assenta. Per difesa. Per sopravvivere.
La pazzia non è una malattia. E’ solo una via d’uscita.
Irene stava a poco a poco imboccando quella via.
Non voleva rassegnarsi a quello che l’evidenza le aveva mostrato in maniera cruda e beffarda. Si attaccava ad una speranza irragionevole.
Rosaria era sempre più preoccupata. Aveva tentato di scuoterla in ogni modo, con tutta la delicatezza e la comprensione possibili. Senza successo.
Quella donna mora aveva perso qualsiasi interesse. Sembrava voler abbandonare tutto, anche se stessa.
Dopo due mesi trascorsi nell’isolamento assoluto, lontano da frastuono e dalle voci del mondo, la sorpresa più inattesa: Giuseppe.
Si era presentato con aria mesta ed affranta in casa Fichera.
Irene aveva recuperato con fatica sovrumana le ultime energie rimaste e gli aveva consentito di vederla.
Era seguito un drammatico pomeriggio di lacrime, confessioni e rivelazioni infarcite da un inciso ripetuto decine di volte: ”Perdonami”. Un intercalare pregno di costernazione.
Davanti a lei Giuseppe si era sciolto in un pianto disperato e liberatorio. Quelle lacrime erano tenute in serbo da troppo tempo, represse da pregiudizi che solo in quel momento si sgretolavano sotto la dirompente forza di un terremoto.
Lei lo aveva lasciare parlare. Lo doveva a se stessa.
Ne era emersa una verità dolorosa e tragica. Giuseppe era omosessuale. Da sempre.
All’età di dodici anni la madre lo aveva sorpreso nella stanza matrimoniale agghindato con gli abiti da lei indossati la sera precedente ad un ballo. Uno scialle rosso ricamato a mano sulle spalle da bambino, la collana di topazi al collo, le sue scarpe da sera sulle quali quel piedino troppo piccolo traballava, il rossetto color pesca sulle labbra. Tra le mani, un ventaglio a fiori, sfrontatamente aperto come la ruota di un pavone.
Nel rievocare la scena Giuseppe aveva il volto rigato di lacrime. Gocce silenziose e prive di singhiozzi. Un fiume irrefrenabile gli scorreva lungo le gote fino a bagnargli il collo.
Per lui quel travestimento era stato solo un gioco inconsapevole. Un’invincibile curiosità lo spingeva spesso verso il guardaroba di sua madre. Era inspiegabilmente attratto dalle stoffe morbide e dai colori dei suoi abiti, dalle boccette di profumo e dai pettini d’argento appoggiati sul comò di rovere.
Si ritrovava spesso in quella stanza da letto, con gli occhi infilati nei cassetti dov’era riposta la sua lingerie dai colori pastello. A volte infilava la mano tra quelle sete e quei pizzi, accarezzandoli furtivamente.
Soltanto molto tempo dopo avrebbe compreso che dietro quel gioco apparentemente innocente si celava ben altro.
La madre lo aveva malmenato con brutalità, quel giorno. Dopo un attimo di sgomento si era messa le mani nei capelli, gli si era avventata contro e strappandogli lo scialle di dosso aveva iniziato a colpirlo con inaudita ferocia, urlando confusamente frasi sconnesse.
Giuseppe aveva cercato di difendersi alla meglio da quella furia, tentando di proteggersi il volto e la testa con le braccia, ma il suo corpo mingherlino non era in grado di schivare l’accanimento di quella donna adirata e delirante.
Nella foga, Donna Moncada aveva pronunciato frasi crudeli che avrebbero segnato il destino di quel ragazzo paralizzato dal terrore.
“Peppuzzo! Chi cumbinasti!”
“Sventurato! Nella nostra famigghia non si poti essere ricchione!”
“Masculo ti fici!” continuava a gridare.
“L’onore dei Moncada! Unni u mittisti? Unni?”
“T’ammazzu cu’ sti mani!” Il suo furore sembrava montare come latte dimenticato per trascuratezza sulla stufa rovente.
“Santa Rosalia, infamia fu!”
“Chi scandalo! Chi vergogna!”
“Non sei più figghio mio!”
Sembravano imprecazioni.
“Non farti più vedere in questa casa! Vattinni di 'ccà! U capisti?”
Non riusciva a placare la sua collera.
“Megghiu mortu chi vistitu da fimmina!” Più gridava e più violentemente menava.
Quelle parole brandite con ira incontenibile tra colpi sferzati sul viso, sulle braccia, allo stomaco, si sarebbero impresse per sempre nei timpani di Giuseppe risuonando come una minaccia dalla quale sfuggire per il resto della vita.
Irene lo aveva ascoltato in silenzio. Muta e rannicchiata sul divano di Rosaria, piegata su se stessa.
Man mano che raccontava, i tratti di Giuseppe sembravano distendersi, come se avesse invocato per anni il momento di liberarsi da quel carico insostenibile.
Aveva proseguito il suo sfogo raccontando che, atterrito e traumatizzato da quel pomeriggio di percosse e di urla, aveva incatenato la sua indole, diventando il degno primogenito dei Moncada. L’onore era salvo.
Si era innamorato diverse volte. Amici dei fratelli, compagni di liceo, persino il giovane parroco della cappella di famiglia, ma aveva seppellito i suoi sentimenti sotto una montagna di cenere, sotterrandoli così in profondità che neppure l’eco soffocata della sua mutilata anima potesse essere udita in superficie.
La sua adolescenza ed i suoi primi anni da giovane uomo erano stati un fascio di tentazioni e frustrazioni. Una violenza continua su se stesso e su quella natura che tentava prepotentemente di riaffiorare.
Era diventato un ragazzo molto bello, ed i suoi atteggiamenti lievemente femminei erano generalmente interpretati come il segno di un’impeccabile educazione e di un’innata nobiltà.
Nessuno avrebbe potuto intuire la realtà.
Aveva avuto una sola esperienza, in Inghilterra. All’età di diciassette anni, durante un soggiorno per ragioni di studio aveva ceduto al suo compagno di stanza, un ragazzo lentigginoso di Firenze d’un paio d’anni più grande di lui, nelle braccia del quale si era abbandonato con la tenerezza e lo slancio di ogni primo amore. Aveva tentato inizialmente di resistergli. Invano.
Era stata l’unica volta.
Rientrato in Sicilia aveva indossato nuovamente i panni del figliolo esemplare, dedicandosi con zelo alle letture impegnate ed agli studi, e successivamente agli affari. Per non pensare. Per non soffrire.
Fino all’incontro con Irene.
Il giorno in cui l’aveva conosciuta aveva avvertito nel petto un sussulto intenso e sconosciuto.
Nell’istante stesso in cui gli era apparsa davanti si era acceso di un’emozione inedita e penetrante. Aveva sperato ardentemente che qualcosa fosse mutato.
Quella ragazza lo aveva fatto palpitare. Era la prima volta che gli accadeva davanti ad una donna. Aveva intravisto un bagliore e ne aveva seguito la scia, abbacinato.
Si era innamorato davvero di quella diciottenne dai capelli d’ebano che sembrava una creatura della sua terra. O almeno lo credeva.
Per la prima volta in vita sua scorgeva l’altra metà del cielo. Orizzonti inviolati si erano dischiusi dinanzi a lui.
Tutto quel che n’era seguìto era stato dettato da un sentimento che lui avvertiva autentico e puro.
Aveva voluto sposarla precipitosamente per timore che l’incantesimo svanisse e che quella luce da lei incarnata si offuscasse senza lasciargli il tempo di rifonderla del brivido di vita che lei gli aveva regalato.
Era sincero, lo s’intuiva dai singulti sul suo volto, deboli contrazioni che gli scuotevano le guance in tremiti involontari.
Ma l’indole non si muta. L’entrata in scena di Filippo l’aveva fatta riemergere prepotentemente da quell’illusoria montagna sotto la quale aveva tentato di nasconderla.
Quando “Puttino” era stato introdotto nel Circolo Sicilia, quella natura aveva fatto risentire tutto il suo vigore, lievitato in conseguenza di un letargo perdurato così a lungo da tramutarlo in una forza ingovernabile.
Era stata più forte di lui, quella natura.
Qualunque tentativo di resistenza e di difesa era stato vano. L’istinto aveva sconfitto la volontà.
Filippo era estroverso e disinvolto, spigliato, costantemente di buon umore. Era stato tutto così semplice e naturale.
Nelle stanze del Circolo, Giuseppe aveva disincagliato le sue emozioni, amando quell’uomo riccioluto come non aveva mai creduto di poter amare, in un obnubilamento dei sensi finalmente pieno e completo.
In quegli istanti trafugati al mondo si era ritrovato a planare su ali leggere verso percorsi inesplorati.
Solamente allora aveva compreso che l’amore per Irene era solo un’illusione, pura utopia.
Non era mai stato amore autentico. Ci aveva creduto ardentemente, ma si era ingannato, o forse aveva ingannato se stesso. Era qualcos’altro. Un sentimento profondo ed indefinibile, un affetto ispirato dalla tenerezza per quella ragazzina così vivace e dall’esigenza di mettere ordine dentro di sé.
Forse era stata una forma diversa d’amore, certo non quello vero. Quello era nel profumo di sandalo e muschio che avvolgeva la stanza nelle ore trascorse con Filippo.
I sensi di colpa nei confronti di Irene erano stati laceranti. Per mesi si era tormentato in un efferato conflitto con se stesso, una lotta senza precedenti. Ne era uscito sconfitto. Vinto ed umiliato. Una disfatta.
Per questo si era di colpo incupito, nei giorni più penosi, barricandosi dietro un’irascibilità ed una scontrosità che non gli appartenevano. Era stata la sua maniera di sfuggire vigliaccamente alla propria coscienza ed alle proprie responsabilità verso di lei. Non lo avrebbe mai voluto. Era stato un vile.
Non era una giustificazione, non avrebbe mai potuto pretenderlo. Era la causa, quella che Irene aveva a lungo ed inutilmente ricercato.
Giuseppe raccontava con il volto bagnato da lacrime sempre più incontenibili.
Sua moglie lo ascoltava seduta sul divano, impassibile.
Alla fine lui aveva biascicato ancora una volta: “Perdonami, Pace mia”, sfiorandole la mano con un gesto sommesso, quasi inavvertibile.
Era seguìto un silenzio gelido. I loro occhi si erano incrociati varie volte. Erano stati sguardi di sofferenza e d’interrogativi, per entrambi.
Il viso di Irene era smagrito, incavato. La sua carnagione, già diafana, era diventata eburnea, trasparente. Il crepacuore e quel ragno nero non erano riusciti però a scalfirne la bellezza. Solo le occhiaie, crateri violacei e profondi, rivelavano notti insonni ed inondate di pianto.
Giuseppe si era alzato e soffermandosi per l’ultima volta su quel volto aveva farfugliato con un filo di voce: “Che cosa ti ho fatto…”
Erano state le sue ultime parole.
Si era voltato ed era uscito in punta di piedi, senza aggiungere altro.
Irene aveva seguito il ritmo cadenzato dei suoi passi lenti mentre lasciava la casa di Rosaria. Aveva udito il cancello del giardino richiudersi con un rumore metallico. Poi più nulla.
Non lo avrebbe più rivisto.
Aveva trascorso il resto del pomeriggio immobile su quel divano che sembrava il più ruvido dei giacigli. Lo sguardo assente, spogliata d’ogni energia. Percepiva il suo corpo come un contenitore vuoto ed inservibile, un involucro afflosciato su se stesso.
La matassa era stata dipanata.
Era già scesa la notte quando si era ridestata. Non aveva mai chiuso gli occhi durante quelle ore, eppure aveva la sensazione di essersi appisolata per un tempo così lungo da sembrare un’eternità.
Si era sollevata fulmineamente dal divano. Era diventato rovente.
Di colpo tutto l’era apparso chiaro. Dinanzi a sé scorgeva il da farsi, evidente ed esplicito come un comando inconfutabile.
All’improvviso si era nuovamente impadronita di se stessa, recuperando il raziocinio che sembrava smarrito in meandri angusti ed irraggiungibili.
La sua forza era ancora in lei. Integra.
Aveva avvertito un’insolita sensazione di leggerezza e d’inconsistenza, come chi si risveglia intorpidito dopo un sonno indotto e senza sogni.
Sarebbe tornata a Perugia. A casa sua.
Si sarebbe riappropriata della sua vita. Avrebbe scritto ancora altre righe sulle pagine del suo futuro, anche se con una trama differente da quella prevista. Quale, non lo sapeva ancora.
Non poteva presagire cosa ne sarebbe stato di lei. Avrebbe vissuto una vita tutta da inventare. Di nuovo.
C’era il dottorato da terminare, mancava soltanto la tesi. Forse avrebbe insegnato all’Università, o forse no. Non voleva pensarci. Non ancora.
Aveva lasciato Palermo dopo due settimane dalla drammatica confessione di Giuseppe. Quell’indugio era stato dettato dal desiderio di riprendersi pienamente, quantomeno nel fisico, dal suo stato di prostrazione e di strapparsi dal volto quella maschera di sofferenza. Non avrebbe mai mostrato a suo padre ed a sua madre quella che era solo l’ombra della Irene che loro amavano.
Il dolore rimaneva, acutissimo, dentro di lei. Nell’animo, nel cuore, nella mente. All’esterno nulla doveva trapelare.
Aveva preparato qualcosa da portare via ed aveva richiuso dietro di sé il pesante portone di Palazzo Moncada. Per sempre.
Prima di partire, era voluta ritornare un’ultima volta in quella dimora, nonostante Rosaria non fosse d’accordo. L’aveva ripercorsa tutta, come in un passo d’addio. I corridoi, le sale, le terrazze, i quadri alle pareti, gli stucchi, i ninnoli, ogni cosa le era d’un tratto apparsa estranea, come se avesse visitato quella residenza patrizia per la prima volta. La familiarità con ogni angolo di quell’abitazione era stata inghiottita da una nube di ricordi fumosi e confusi. Quelle pareti non le appartenevano più. Giuseppe le appariva un personaggio informe, sbiadito e distante. La sua ubicazione era già nel passato.
L’unica stanza che non aveva voluto varcare di nuovo era stata quella sulla sinistra in fondo al corridoio. Impossibile posare nuovamente gli occhi su quei libri, quelle stampe, quel tappeto, quella scrivania.

Le ore in treno da Palermo erano state interminabili. Il diluvio scrosciante non si era mai interrotto. Il colore ferrigno dei binari si fondeva con quello delle nubi cariche d’acqua. Sembravano imbevute di rabbia, quelle nuvole.
L’angoscia ed un’ansia sottile erano state le sue fide compagne di viaggio. La sua inquietudine cresceva man mano che il convoglio procedeva. Desiderava che quel viaggio terminasse il più presto possibile ed al contempo era intimorita da ciò che la attendeva.
Cosa l’attendeva a Perugia? Oltre alla sua famiglia vi era solo l’ignoto.
Aveva accolto il fischio che preannunciava l’ingresso del convoglio in stazione con un senso di sollievo. Una liberazione, quel sibilo.
Un breve tragitto in taxi l’aveva condotta dalla stazione ferroviaria a quella dei pullman. Si era fatto buio e l’oscurità aveva avvolto ogni cosa.
Era lì, sotto la pensilina gocciolante di pioggia, in attesa.
Aspettava quel pullman, Irene, mentre l’ansia ed il turbamento che l’avevano accompagnata in quelle ultime ore cedevano rapidamente il passo ad una sottile noncuranza. Una sorta d’acquiescenza, come se neppure quell’attesa e quel diluvio potessero meritare considerazione o trasformarsi in motivo di nervosismo.
La più impetuosa fra le calamità si era abbattuta sulla sua vita, travolgendola con una piena di fango e sudiciume dalla quale alcunché aveva potuto trovare salvezza. In confronto, quell’autunno piovoso era un nonnulla.
All’improvviso si accorse di non essere sola.
Scorse quell’uomo accanto a lei sotto la tettoia. In tutto il tempo che era rimasta lì non l’aveva notato. Aveva udito solo il crepitio della pioggia battente, senza guardarsi intorno.
Lui controllava ripetutamente l’orologio, seguitando a sistemarsi il bavero del paltò con insofferenza sempre più evidente.
Ad un certo punto quel tale le si avvicinò di qualche passo chiedendole con cortesia: ”Signora, mi scusi, è diretta anche lei a Perugia?”
Irene fece un cenno d’assenso con il capo.
Lui continuò: “Sa per caso cosa sia accaduto? Il bus doveva essere arrivato in questa stazione da oltre mezz’ora. A quest’ora saremmo dovuti già essere in viaggio!”
Lei si destò dai pensieri lontani che l’avevano accompagnata fino a quel momento e replicò a bassa voce: “Ha ragione. Non me n’ero nemmeno resa conto. Non saprei…speriamo che questo ritardo non si prolunghi troppo. Sono sola e non vorrei arrivare a notte fonda”.
E lui, con un leggero sorriso: “Grazie, Signora, è quel che mi auguro anch’io. Con questa pioggia! Mah…non ci resta che avere pazienza”.
Aspettarono ancora, in silenzio, scambiandosi di tanto in tanto fugaci sguardi interlocutori.
Improvvisamente avvistarono qualcuno che si avvicinava alla pensilina.
Man mano che quella figura si approssimava camminando con passo rapido e trafelato sotto la pioggia, poterono distinguerne nitidamente la divisa azzurra ed il berretto blu con la visiera nera.
Quell’individuo si riparò sotto la tettoia. Era grondante. Togliendosi il copricapo si rivolse ad entrambi con il respiro affannato dalla corsa appena conclusa: “Buonasera Signori, vi chiedo scusa. Sono un autista delle Autolinee Roma-Perugia. Devo avvisarvi che a causa delle abbondanti precipitazioni c’è stato uno smottamento sulla strada, all’altezza di Terni. La nostra vettura è rimasta bloccata. Stanno tentando di ripristinare il traffico il più rapidamente possibile, ma per il momento la viabilità è interrotta in entrambe le direzioni di marcia. Prevediamo che il nostro automezzo non possa essere qui prima di un paio d’ore. Subito dopo potrete partire. Siamo veramente spiacenti per il disguido”.
“Ah, vi consiglierei di ripararvi in un altro posto. Qui piove a dirotto e ci sarà ancora da attendere”.
Era mortificato, s’intuiva dalla solerzia con cui si era precipitato verso gli unici due passeggeri di un autobus incappato in un diluvio da ricordare negli annali.
Lo sconosciuto che era accanto ad Irene aveva ascoltato con malcelata irrequietezza ed alla fine gli aveva chiesto: “Ma è sicuro che una volta giunto qui, il pullman ripartirà subito? Io non posso rimandare la partenza, domani mattina ho impegni improrogabili!”
L’autista gli aveva risposto con tono deciso: “Certo, non si preoccupi! Il bus partirà sicuramente…e se non ci saranno altri problemi l’arrivo a Perugia è previsto intorno alla mezzanotte. Può stare tranquillo”.
L’uomo in paltò sembrava essersi tranquillizzato e lo ringraziò borbottando fra sé e sé un rassegnato “Mah…”
Rimase qualche secondo in silenzio riflettendo su qualcosa. Poi, dopo essersi guardato intorno ed aver fissato per alcuni secondi l’attenzione su un’insegna luminosa in lontananza, si voltò verso Irene: “Signora, mi perdoni, ha ragione lui. Non mi sembra il caso di aspettare qui. Ha sentito? Non partiremo che fra due ore”.
Che ne dice se ci rifugiassimo in quella caffetteria laggiù? Mi pare l’unica aperta nei paraggi. Saremmo al riparo da questa pioggia odiosa”.
“Non vorrei lasciarla qui da sola. Non c’è nessuno ed è buio!”
“Le andrebbe di accompagnarmi?” concluse.
“Ho l’ombrello”, aggiunse infine con tono gentile.
Irene lo guardò ed altrettanto cortesemente gli rispose: “Grazie, ha avuto una buon’idea. Andiamo. Torneremo alla fermata quando vedremo arrivare il pullman”.
S’incamminarono verso la caffetteria. Lui aveva aperto l’ombrello e lo sorreggeva in alto, cercando di riparare quanto più possibile quella signora, senza però avvicinarsi troppo a lei con il braccio e lasciando così che la pioggia gli defluisse lungo la spalla sinistra del paltò. Era un gentiluomo.
Entrarono nel locale e si sedettero ad un tavolino dietro la vetrina prospiciente al piazzale. Da lì avrebbero potuto controllare l’arrivo del pullman.
Lui si tolse il cappello, si sfilò il paltò gocciolante e lo appoggiò sulla sedia accanto. Irene si accomodò dall’altra parte, di fronte a quello sconosciuto compagno d’attesa.
“Mi permetta di presentarmi, Signora. L’ho invitata qui senza neppure dirle il mio nome. Sono il Dottor Taverna. Pierfrancesco, la prego”. Ed aggiunse: “Sono un medico”.
Irene si presentò a sua volta. Si strinsero la mano.
“Molto lieta”
“Il piacere è mio”.
Ordinarono qualcosa di caldo. Irene scelse un tè alla cannella, il dottore preferì una cioccolata in tazza.
Lui iniziò a parlare. Di quel viaggio, naturalmente. Le raccontò di essere un ematologo romano e di aver compiuto da poco quarant’anni. Si recava nel capoluogo umbro per motivi professionali. Aveva appena ricevuto la nomina di Primario nell’Ospedale più importante della città. L’indomani mattina avrebbe dovuto prendere servizio.
Irene notò nelle parole di quell’uomo una punta di contrarietà e glielo fece notare timidamente: “Dovrebbe essere un magnifico traguardo per un medico. Lei invece non mi sembra felice…o sbaglio?”
Il dottore rimase sorpreso dall’acume e dalla perspicacia di quella donna. Aveva colto nel segno. Due parole le erano state sufficienti.
“O forse non la entusiasma il trasferimento a Perugia?” proseguì Irene. “Sa, una volta era la mia città. Ci si vive davvero bene”.
La sensibilità, l’intuito e la prontezza di lei lo indussero ad aprirsi per raccontarle qualcosa di sé. Pennellate di vita tratteggiate fra un sorso e l’altro della sua cioccolata calda.
Raccontò di essere nato e cresciuto nella Capitale, in una famiglia d’antica tradizione forense. Suo nonno e suo padre erano noti Avvocati romani, così pure suo fratello. Avrebbe dovuto indossare anche lui la toga, ma aveva voluto interrompere la consuetudine familiare scegliendo la professione di medico. La sua decisione era stata dettata da un’autentica passione. Nella sua vita non avrebbe voluto né potuto fare altro che il medico.
Nei primi anni della sua adolescenza aveva letto la biografia di Albert Schweitzer, medico e filantropo alsaziano insignito del Premio Nobel per la Pace. Una rivelazione.
Era rimasto illuminato dall’esempio di quell’uomo che indossando il camice bianco con abnegazione assoluta, aveva speso tutta la sua vita prodigandosi in un compito da adempiere fino in fondo al servizio dei più deboli.
La sua aspirazione era quella di seguirne le orme, muovendosi alla volta di uno dei paesi del Terzo Mondo per svolgere la professione laddove la vita umana vale meno di un piatto di riso.
Per realizzare il suo desiderio non si era mai sposato. Creare una famiglia sarebbe stato un atto d’egoismo ed un lusso che non aveva voluto permettersi. Mai avrebbe trascinato figli ancora piccoli in un paese lontano, nel quale la quotidianità è un’ineluttabile battaglia per la sopravvivenza e la scala dei valori parte dalla conquista di una ciotola di cibo. Una vita dura e disagevole come quella che lui agognava deve essere una scelta, non un’imposizione.
Il Dottore proseguì raccontando che dopo la laurea all’Università Cattolica aveva conseguito due specializzazioni, la prima in pediatria e la successiva in ematologia.
Si era ritrovato in reparti popolati da bambini divorati dalla leucemia.
La forza ed il coraggio con cui quei piccoli affrontavano il loro calvario, gli avevano rivelato quale straordinario universo si celi dietro un corpicino martoriato da un male crudele e sovente senza ritorno.
Seguitò ricordando le decine di volte in cui aveva assistito impotente allo smorzarsi di una vita ancora tutta da cogliere. Le rivelò con amarezza che in quei momenti percepiva pesantemente il limite umano. Nessuna scienza può sconfiggere il progetto del destino. In quelle dolorose circostanze l’unico conforto era rappresentato dalla Fede. Solamente l’irremovibile convinzione di non essere altro che uno strumento nelle mani di una Volontà superiore gli consentiva di sopportare, seppur con infinito strazio, il fardello delle sue limitazioni di scienziato.
Si commosse nel descrivere lo sguardo di quei bambini, occhi incavati e tuttavia colmi d’incrollabile ed inesauribile fiducia. Non conoscono la rassegnazione, loro.
Dinanzi a madri disperate, quelle testoline calve a causa dei trattamenti di chemioterapia e quei piccoli volti smunti sanno prodigarsi in sorrisi che sembrano germogliare per consolare chi già li piange.
Raccontò poi dell’appagamento dal quale era travolto ogniqualvolta gli accadeva di domare la malattia, restituendo un avvenire a chi si era visto sfiorare da una falce malvagia e priva di compassione. Era quello lo stimolo che manteneva intatto il suo entusiasmo e rinnovata costantemente la passione per quella professione.
Non aveva mai accantonato il sogno di seguire la scia del Dottor Schweitzer. Aspettava solo il momento opportuno.
In quegli anni si era tenuto occupato lavorando alacremente, sia come ematologo che come pediatra, in numerose strutture capitoline. Abbandonare quegli incarichi era impresa tutt’altro che agevole: avrebbe dovuto renderne conto alla sua coscienza. In quelle asettiche stanze c’era bisogno della sua presenza. La imploravano gli occhi di quei bambini affamati di vita.
Si era visto obbligato più d’una volta a rimandare con profondo rammarico i suoi propositi. Non avrebbe potuto abbandonare i suoi piccoli pazienti al loro destino.
Avrebbe attuato i suoi intenti al momento opportuno. Il proseguimento della sua professione sarebbe stato lontano dall’Italia. Ne era certo.
Sorseggiando quel che rimaneva della sua tazza di cioccolata il Dottore continuò la conversazione. Il suo tono di voce era calmo e rassicurante.
Durante quegli anni aveva mantenuto costanti contatti con una Missione situata in Mozambico e gestita da Padre Leonardo, che lui conosceva molto bene e verso il quale nutriva stima e sincero affetto.
Era stato il Parroco della Chiesa di Sant’Agnese dove lui era praticamente cresciuto insieme al fratello. Nell’oratorio trascorreva interi pomeriggi dopo la scuola, in compagnia di quelli che erano ancora i suoi amici più cari. Indimenticabili, quelle ore dedicate a giochi, riflessioni e progetti di sostegno a favore delle Missioni sparse in diversi paesi africani.
Quel francescano dall’animo nobile era stato per lui molto più che un maestro, era stato una guida. Da lui aveva assorbito i valori d’altruismo, carità e generosità, lui lo aveva educato a guardare sempre un passo indietro a sé per tendere una mano a chi si trova in difficoltà.
Quando frequentava già il Liceo Scientifico, Padre Leonardo si era trasferito nelle immediate vicinanze di Maputo per svolgere la sua opera sul campo. Esisteva solo una struttura fatiscente da trasformare in Centro Missionario destinato all’accoglienza dei più indigenti.
Quella gente aveva bisogno di tutto e non aveva nulla.
Padre Leonardo non aveva mai lasciato quelli che definiva “i miei ragazzi”. Aveva continuato a seguirli da lontano, accompagnandoli con il suo affetto ed il suo sostegno morale nel loro percorso per diventare uomini.
Il Dottor Taverna proseguì raccontando che con lui, “il Piero”, come affettuosamente il frate lo chiamava, i contatti si erano mantenuti ancora più stretti ed assidui che con gli altri. Vi era tra loro un regolare scambio epistolare, attraverso il quale egli conosceva i progressi nei lavori di costruzione della Missione, i nuovi progetti e la gratitudine con la quale la popolazione locale aveva accolto quel benefattore vestito con un saio. Dopo la laurea era stato per due volte ospite di Padre Leonardo in Africa. Quella che inizialmente era solo una baracca in mezzo ad un campo polveroso ed inospitale era divenuta ormai una realtà concreta e molto attiva.
Era lì che sarebbe tornato, le confidò il Dottore, per dar forma ai suoi sogni. Tra quei bambini dal muso color carbone la sua vita e la sua vocazione di medico avrebbero avuto un senso compiuto.
Avrebbe voluto concludere l’anno a Roma e trasferirsi in Mozambico nel mese di gennaio. Quelli avrebbero dovuto essere i suoi ultimi mesi in Italia.
Irene lo ascoltò ammirata dalla dedizione e dallo spirito di sacrificio che quell’uomo dimostrava nei confronti del prossimo.
Lui si dilungò nel descriverle la vita all’interno del Centro Missionario. Le riferì delle insormontabili difficoltà e degli infiniti ostacoli superati i quali era stato finalmente inaugurato un nosocomio attiguo alla Missione. Il più ambizioso fra i progetti di Padre Leonardo s’era compiuto.
La seconda volta che era stato a Maputo, il Dottor Taverna aveva visitato quell’Ospedale. Gli sembrava ancora di avvertire nelle narici l’odore delle pareti pitturate di fresco mescolato a quello acre e persistente dei medicinali. Le raccontò di donne abituate da secoli a partorire in condizioni igieniche disumane nelle loro misere capanne di fango, assistite da levatrici che si tramandavano il mestiere di generazione in generazione.
Rievocò infine alcune nascite alle quali aveva assistito durante quel breve soggiorno ed illustrò lo stupore sul volto di quelle giovani madri, che per la prima volta nella loro sofferta esistenza vedevano un medico ed un’infermiera accanto a loro.
Mentre il Dottore discorreva, il pensiero di Irene tornò a Rosaria.
La dedizione che leggeva negli occhi di quel medico era identica a quella della sua amica siciliana. Si rammaricò pensando che non avrebbe mai voluto abbandonare l’Istituto, ma non aveva avuto scelta. Quei pomeriggi trascorsi tra bambini lontani già le mancavano.
Si rammentò che anche a lei era capitato d’avere contatti con molti paesi africani, fra i quali il Mozambico. Un paio di orfani provenienti dai dintorni di Maputo vivevano ora a Siracusa.
Lo riferì al Dottore, accennandogli al lavoro da lei svolto nell’ambito dell’Adozione Internazionale ed all’enorme soddisfazione che quell’attività era riuscita ad infonderle in passato.
La loro conversazione aveva raggiunto toni più confidenziali.
Il tempo scorreva velocemente. Seduti davanti a due tazze ormai vuote, essi svelavano interessi comuni ed una visione dell’esistenza sorprendentemente affine.
Lui le confidò che si recava a Perugia controvoglia ed a malincuore.
Aveva partecipato al concorso per quel posto di Primario di Ematologia più per scrupolo e per misurare la propria preparazione che per altro. Era certo che non lo avrebbe vinto. I candidati erano numerosissimi, più anziani e titolati di lui. Si era ritrovato inaspettatamente primo in graduatoria, quando nemmeno ci pensava più. Non aveva potuto rifiutare quell’incarico rinunciando ad un’occasione così importante, ma la gratificazione per quella promozione era velata dall’amarezza di dover rinunciare ancora una volta ai suoi disegni.
Lo rincuorava e lo incoraggiava la netta consapevolezza che la realizzazione del suo sogno era solo rimandata; avrebbe colto ed utilizzato i frutti di quell’esperienza professionale in futuro. Aspettava con trepidazione il giorno in cui quel futuro sarebbe iniziato.
Mentre il Dottore terminava di incollare fra loro le tessere di quel mosaico che rappresentava se stesso, nella mente di Irene balenò per la prima volta un’ipotesi che probabilmente covava in lei da tempo, interrata come un germoglio che attende il momento propizio per esplodere in tutto il suo vigore: un futuro in Africa.
Meditò all’improvviso la partenza alla volta di uno dei tanti paesi con cui l’Istituto di Rosaria era in contatto. Lì avrebbe potuto continuare ad occuparsi d’infanzia abbandonata, riprendendo l’attività che tanto aveva amato negli ultimi anni trascorsi a Palermo. Le si rappresentò dinanzi la prospettiva di accompagnare il percorso degli orfani africani verso una nuova famiglia italiana. Magari proprio dal Mozambico.
Questo disegno cominciò a rumoreggiare nei suoi pensieri con un rimbombo incessante. Per la prima volta dopo un tempo infinito, una lieve ed impalpabile sensazione di quiete s’impadronì di lei, come la tempestosa superficie marina che d’improvviso si placa dopo un uragano.
Il dottore si accorse del suo repentino e brusco turbamento.
Lei gliene rivelò la ragione senza esitazione né imbarazzo, rendendolo partecipe della flebile luce che si era improvvisamente accesa in lei, come una strada che appare di colpo dinanzi agli occhi.
C’era sempre stato, quel sentiero, ma le tetre e caliginose tenebre in cui era precipitata la sua anima impediva di scorgerlo.
Il dottore ebbe un sussulto. Era la prima volta che si trovava davanti agli occhi qualcuno che intendesse e condividesse così a fondo le sue convinzioni ed i suoi progetti.
Si guardarono. In quello sguardo c’era già l’avvenire.
Dopo poco più di due ore, l’autista in divisa azzurra tornò verso la pensilina per avvisarli che la loro attesa era finalmente terminata e che potevano prepararsi alla partenza.
Non trovò nessuno. La tettoia era deserta e desolata.
La pioggia continuava a grondare sulle pareti di quel riparo, implacabile.
Qualche attimo dopo sopraggiunse il pullman. Sostò alla fermata una ventina di minuti prima di ripartire. Nessuno salì.
L’automezzo fece manovra, compì un giro completo intorno al piazzale e si allontanò nel buio.
Dopo alcune centinaia di metri il conducente passò davanti ad una caffetteria.
Due persone, una donna bruna ed un uomo leggermente brizzolato, erano seduti al di là della vetrina illuminata, l’una accanto all’altro. Parlavano in modo fitto. Lei sorrideva.
In quell’istante smise di piovere.

Ogni riferimento a fatti, persone, luoghi o nomi è puramente casuale e frutto di fantasia.



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