Una leggenda praghese

di Valentino Sani


Percorrevo a ritmo lento il ponte che porta il nome del re Carlo. Andavo verso Mala strana, e provavo una sorta di peso, qui allo stomaco, pensando all’incontro che mi attendeva per quella sera. I passi risuonavano sulle dure pietre, ritmando col battito del mio cuore.
Non avevo fatto altro che sognare per settimane quel momento. E finalmente ero giunto a Praga, dopo un lungo e faticoso viaggio. Non vedevo l’ora di coronare il sogno (o meglio sarebbe stato dire:l’ossessione) della mia vita.
Arrivai di fronte alla chiesa di san Nicola in Mala strana, la bellissima chiesa barocca la cui cupola domina il paesaggio. Le ombre stavano allungandosi sui tetti rossi giù nella valle oltre la collina di Petrin.
Entrai nella chiesa, a quell’ora semideserta. Gli ultimi visitatori, un gruppetto di turisti spagnoli, una vecchina e una coppia di tedeschi, stavano per andarsene. Io invece sarei rimasto. Mi nascosi in una nicchia oscura e attesi. Il guardiano fece le ultime pulizie, chiuse i battenti del pesante portone e se ne andò. Ero finalmente solo.
In quell’oscurità inquietante, tipica di tutte le chiese di notte, mi sentivo gelare il sangue. E guardavo con un brivido le grandi statue dei santi che a loro volta parevano scrutarmi con disapprovazione, dalla profondità dei secoli. Sembrava quasi che volessero ammonirmi...
Poco più tardi, la luna si levò alta e luminosa illuminando a giorno l’interno della chiesa. Brillavano le dorature, luccicavano le bianche sculture, risplendevano le pareti immacolate, in un gioco di luci, di effetti creati dalle vetrate a mosaico, come un caleidoscopio.
Dopo essere rimasto ad ammirare la bellezza arcana di quel luogo di culto, mi avvicinai a quella che era la ragione della mia venuta a Praga.
Era là, in fondo alla parete di destra, accanto ad un altare dedicato a qualche santo a me sconosciuto: un quadro dipinto da Frantisek Xavier Balko, raffigurante san Francesco Saverio morente, in saio nero, in riva al mare.
Era un quadro a proposito del quale si narrava una leggenda misteriosa. Pare che nascoste nel dipinto vi erano le indicazioni necessarie a trovare un ricchissimo tesoro.
Potete ben immaginare la mia sorpresa e lo sgomento, quando qualche mese prima vidi in un libro la riproduzione del quadro. Il volto di s. Saverio pareva dipinto prendendo come modello il mio viso! Era una somiglianza straordinaria e inquietante. Fu così, partendo da quell’arcana coincidenza, che cominciò tutta la storia.
Tornando al quadro, era proprio vero che più lo guardavo, più sembrava prendere vita e raccontarmi la storia che si celava dietro di esso. Il diabolico gioco, la sfida che era nascosta dietro quei colori e quei chiaroscuri. Ero sicuro che ci sarei riuscito.
A quella notte ne seguirono poi altre, perché occorreva entrare nel 'cuore' dell'opera per cominciare a carpire i segreti più profondi. Ci vollero diverse settimane per scoprire una prima traccia. Una trama di punti nascosta nel dipinto. Quale poteva essere il loro significato?
Sentivo di essere vicino alla soluzione, ma mi sfuggiva ancora qualcosa.
Avevo una tale passione, una volontà febbrile di arrivare alla soluzione, che il tempo pareva non esistere. Passavo notti insonni e giornate intere nella penombra delle librerie antiquarie. Continuamente alla ricerca di un qualsiasi indizio utile.
Era una notte piovosa, quella durante la quale venni a capo del mistero.
Sapevo dalle letture fatte, che Xavier Balko era un grande appassionato di enigmi e giochi di logica.
Mi ci volle un po’ di tempo per riuscire a intuire che quella serie di punti indicavano un percorso. Percorso che riportato su una mappa di Praga del periodo, conduceva ad un ben determinato luogo: una collina oltre le vigne della Malvasinka, al di là del quartiere di Smichov.
Ciò nonostante ero ancora assai lontano dal sapere dove era nascosto il tesoro.
La notte del 27 novembre (una coincidenza soltanto? Era la data della morte di Xavier Balko...), chino sul tavolo del mio studio, scoprii la traccia decisiva. Un codice numerico, celato anch’esso nel quadro. Un vero e proprio messaggio crittografico, che rimandava alla parola “gallo”.
In effetti, come scoprii ben presto, esisteva una fattoria che per generazioni era appartenuta alla famiglia Kohout (Gallo, appunto, in ceco). Senza dubbio il tesoro doveva essere laggiù. Era probabile che l’avesse nascosto Xavier Balko stesso, come premio per chi avesse risolto il suo celebre “enigma” nel dipinto.
Armato di pazienza, di una vanga e buona volontà, mi recai sul luogo dove pensavo fosse la soluzione dell'enigma.
Dopo due giorni e due notti di scavo nella proprietà abbandonata, trovai finalmente la cassetta metallica. Era grande all’incirca come una scatola per scarpe. La forzai con l’aiuto di una leva che avevo portato con me.
Potete immaginare la mia delusione, quando scoprii che il “premio” delle mie fatiche era un... pennello!
Un biglietto all’interno della scatola, scritto da Xavier Balko in persona, affermava che si trattava del pennello col quale aveva dipinto il quadro.
Allora capii. Tutta quella storia, la leggenda, il mistero del quadro, era soltanto uno scherzo ben congegnato...

E' così che sono finito in questo luogo per 'insani di mente'. Si un manicomio. Nessuno vuole credermi, quando spiego che c'è veramente un tesoro nascosto laggiù, tra quelle colline. Io vi dico che magari sarò pazzo, ma non stupido.
So che da qualche parte, il maledetto Xavier ha nascosto davvero un tesoro. Il pennello era soltanto un falso indizio per ingannare i più ingenui.
All’inizio c’ero cascato pure io. Invece, ne sono certo, il tesoro esiste davvero e un giorno scapperò da qua e andrò a cercarlo...



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