Rosso

di Marina Clementi


Non sapeva come fare a pulire tutto quel sangue. Ce n’era ovunque, spruzzato sulle pareti; dal tavolo era colato sul pavimento in una larga chiazza rotonda, impigliandosi nel filo del telefono ed imprigionandolo in quella che ora era una crosta brunastra.
Il sangue secco è difficile da pulire, e i mezzi a sua disposizione non erano tra i più adatti.
Dolores strofinava da ore, le pareva, ma la stanza era ancora un macello, ed il suo turno stava per finire.
Inviò mentalmente una variopinta serie di maledizioni a quell’idiota di dottore: come si fa a combinare un casino del genere? Scriveva i messaggini al cellulare, lui! Così, oooops!, un piede in fallo, e tutte le provette della mattinata, già pronte per il laboratorio analisi, erano volate nello spazio, in un mosaico surreale di sangue e vetro: un filotto pazzesco!
E, adesso, i cocci erano suoi. Dolores si consolò pensando all’impiegata che, il mattino seguente, avrebbe dovuto telefonare ai pazienti per ripetere i prelievi: sarebbe scorso altro sangue (ma quello, almeno, non avrebbe dovuto pulirlo lei).
Tornò a casa, e si accasciò sul divano, senza nemmeno togliere le scarpe.
“Non posso dormire, devo andare a prendere Pippo” fu il suo ultimo pensiero cosciente.
Poi precipitò in un incubo professionale. Gl’incubi professionali sono i peggiori: il lavoro ti stressa, te lo sogni, e quando ti svegli stai come un cane. Dolores si trovò in una macelleria, piccola piccola, col suo grembiulone e le ciabatte della sanitaria, e doveva pulirla tutta con un panno antistatico. Bestemmiò copiosamente, mentre in sottofondo le giungevano le grida degli animali: uno strillo acuto, sempre più forte, che infine perforò il sogno e la svegliò.
“Pronto, chi è?”.
“Dolly, sono io, Luciana! Stai già a casa?”.
“Eh, e che mi chiami a fare, allora? E piantala co ‘sto Dolly, e che so’, io, la pecora? Che vuoi?”.
“Senti, Do’, mica me la vai a prendere tu, Lisetta? Io non ce la faccio, sto qui in mezzo a un gorgo, guarda, tremendo!”.
Dolores immaginò la cugina pagaiare disperatamente, mentre la sua canoa vorticava tra le rapide. Riconoscente per la bella immagine, acconsentì.
“Va’bbe’, Lucià’, prendo Pippo, poi vado da Lisa. Sta’ tranquilla.”
“Sei un tesoro, Do’, vengo a prenderla appena non mi libero!”
“Sì, sì, ciao!”.
Erano cugine prime, anche se spesso Dolores lo trovava ingiusto. Le voleva bene, a volte la capiva, ma l’effetto che le faceva sempre era quello di un frullatore – inevitabilmente, un tritacarne.
“Coraggio, Dolò’”, si disse, “un’altra giornata come tante, facciamo venir sera!”.
Fece una doccia, più fresca che poté, e si rivestì per uscire.
S’incamminò verso la scuola materna, non immaginando che quella giornata non sarebbe stata così uguale a tutte le altre.

Filippo l’aspettava sulla soglia della classe; dal naso gli pendeva il solito festone luccicante .
“Ciao, amore, sono qui! Ma guarda come perde questo nasino, dobbiamo chiamare l’idraulico! Su, vieni a soffiartelo!”. Nel fazzoletto, il bimbo propose, pieno di speranza: “Mamma, ci andiamo, al parco?”.
“No, Pippo, oggi non c’è tempo, dobbiamo correre a prendere Lisa a scuola, che zia Lu’ non può”.
“Uffa! A me non piace Lisa! Ha i baffi come zio Nino!”.
Dolores non rispose, e si trascinò dietro il bambino imbronciato.
Quando la vide, le si strinse il cuore: Elisabetta, poverina, era il ritratto della madre, e da grande sarebbe diventata assidua frequentatrice dei centri estetici. Aveva però il carattere introverso del padre, cosa che rendeva i suoi rapporti sociali piuttosto difficili; anche Dolores (zia Dolò’) provava quasi soggezione nei confronti di quella bambina cupa, quasi ostile, che la guardava con muti occhi da cocker sotto l’unico, fitto, sopracciglio nero.
Cercò inutilmente di avviare una conversazione: la bambina rispondeva solo “sì” e “no”, e Filippo raccontava qualcosa d’incomprensibile, arrancando per stare al passo e interrompendo il racconto ogni tanto con un vigoroso risucchio nasale.
Il ritorno fu una via crucis, con regolari stazioni per recuperare Filippo, che si fermava ad accarezzare ogni cane sul percorso. Era l’ora di punta, e l’accesso alla stradina che portava a casa di Dolores era bloccato da un furgone che si era incollato al paraurti dell’auto davanti.
La donna e i due bambini attesero che si creasse un varco nella fila immobile. Finalmente l’auto ripartì, e il furgone si mosse lentamente.
“Mamma, guarda là, che bel cagnetto! Ehi! Ciao!”.
“Sta’ indietro, Pippo, aspetta!”
Fu un attimo: un motorino scaturì dal nulla e s’infilò nel passaggio, rombando e derapando in curva, e agganciando lo zainetto che il bambino stava agitando. Dolores si lasciò sfuggire la manina, e Filippo fu trascinato sull’asfalto per qualche metro, prima di lasciare la presa.
La donna urlò, il motociclista non si fermò, il bimbo non si mosse.

Ancora sangue, e stavolta era quello di suo figlio: Filippo era riverso in mezzo alla strada, la testa contro il marciapiede, il viso non si vedeva. Dolores cercò di scostargli i capelli e di prenderlo tra le braccia, ma qualcuno le disse di non toccarlo. Arrivò altra gente, qualcuno chiamò un’ambulanza, qualcuno aiutò la donna a rialzarsi. Lisa era immobile e muta, impietrita davanti alla scena che ancora non riusciva a capire.
Quando arrivò l’ambulanza, Filippo respirava, ma era ancora incosciente: rotolando nella scia della moto, aveva urtato violentemente contro il bordo del marciapiede. Aveva una larga ferita tra la fronte e l’orecchio destro, una brutta abrasione sulla guancia, e ovunque capelli insanguinati.
Data l’urgenza, il ricovero al pronto soccorso fu veloce; poi, per Dolores iniziò un’attesa che durò secoli, durante i quali non fece che maledire il proprio nome e il destino che sembrava essergli appiccicato, portandole via in pochi anni tutte le persone care. Non poteva prenderle anche Filippo: non sapeva come, ma l’avrebbe impedito.
Seduta sul seggiolino rigido di plastica rossa, in silenzio, pregava e bestemmiava.
Si era completamente dimenticata della nipote: Lisa, rigida in piedi al suo fianco, dal momento dell’incidente non aveva detto una parola. Improvvisamente Dolores sentì la sua voce, piena d’orrore: “Zia! Zia, aiutami!”, sussurrò. Dolores voltò la testa lentamente, come risvegliandosi, e vide i suoi occhi neri, enormi d’angoscia; il sopracciglio era un accento circonflesso al centro della fronte. Lo sguardo disperato correva dagli occhi asciutti e cupi della donna al sottile rivolo di sangue che scorreva piano giù per la coscia della bimba e le scendeva sulla gamba.
“Oddio”, gemette, “oddio, proprio adesso! Quanti anni hai, Lisetta, dieci, vero?”.
La bambina fece di sì con la testa, gli occhi pieni di lacrime. “So cos’è, zia, la mamma me l’ha detto... però ho paura!”.
Dolores si riscosse del tutto, e ricordò di non aver nemmeno telefonato alla cugina: lei aveva spento il cellulare da un’ora, quando un’infermiera sgarbata era passata a rampognare ai parenti in attesa, e il suo cervello era entrato in un lungo corto circuito che non le permetteva di pensare a niente.
“Vieni, Lisa, andiamo in bagno; adesso sistemiamo tutto, non è niente, vedrai. Ora chiamiamo la mamma.”.
Nel bagno, mentre Lisa si lavava alla meglio, Dolores accese il telefono, che subito iniziò a segnalarle le chiamate non ricevute: la cugina, non vedendola arrivare, l’aveva cercata almeno mille volte. Luciana passò dall’agitazione iniziale ad una calma sorprendente: “Vengo subito, Do’, stai calma, mo’vengo”.

Luciana arrivò quasi subito; aveva portato una bottiglia d’acqua, un paio di ciabatte per Dolores (“se devi restare la notte”) e un paio di mutandine di ricambio per la figlia.
Abbracciò forte la donna: “E’ uscito il dottore?”. Dolores scosse la testa.
“Vado in bagno a cambiare Lisetta, Do’, arrivo subito.”
Rimasta sola, Dolores cominciò a piangere (Dove sei, Pippo? Vieni, che mamma ti soffia il nasino).
La porta si spalancò e il medico chiamò forte: “Sanna”. Dolores alzò la testa e balzò in piedi.
“Filippo Sanna, sì: sono la sua mamma” (Dio, le gambe!).
“Signora, il bimbo sta meglio: si è ripreso, adesso è sotto sedativo. Ha riportato...”
Dolores non lo ascoltava più (sta meglio, ha detto! Pippo sta meglio, si è svegliato, me lo porto a casa! Pippo non muore!).
L’angoscia si era allentata. Il bimbo sarebbe rimasto in osservazione fino al giorno seguente; ancora non poteva vederlo, ma la prognosi era ormai sciolta: non era niente di grave, le ferite sarebbero guarite in fretta, era così piccolo...! Tanto sangue dal naso e una gran paura, ecco tutto.
Lisetta e Luciana uscirono dal bagno mentre si accasciava sulla sedia, singhiozzando.

Quella sera, Dolores era seduta sulla seggiolina anonima in acciaio e formica, vicino al letto di Filippo. Tutto era bianco: la coperta col marchio della lavanderia; il muro, di un bianco un po’ più sporco; il turbante che avvolgeva la testa del bimbo, le bende sul faccino minuscolo.
Le tornarono in mente le provette infrante dal dottorino maldestro: dal mattino, tutto si era improvvisamente trasformato, come visto da dietro un filtro rosso che ora si era dissolto.
Guardò suo figlio dormire, abbandonato al sonno pesante dell’infanzia e del sedativo. Esplorò la breve distanza tra il ciuffetto che spuntava dalla benda e la punta del piede sotto il lenzuolo, tenendo, stretta stretta nella sua, la piccola mano che non si sarebbe più lasciata sfuggire
Era infinitamente stanca, ma si sentiva in parte risarcita del proprio nome: in quel momento, Dolores si sentì Serena.



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